Partito Comunista dei Lavoratori – Friuli-Venezia Giulia
Anche a seguito dell’interesse suscitato da quanto da noi riportato sulla situazione carceraria in regione dopo il decesso del diciannovenne Mamdouh Mohamed Khodair Karam, detenuto nel carcere di Pordenone, pubblichiamo questa testimonianza dal carcere di Udine (relativo al periodo estivo di quest’anno). Si tratta di uno degli otto stabilimenti italiani con tasso di affollamento superiore al 200%.
PCL Friuli-Venezia Giulia
Testimonianza di un’operatrice carceraria da Udine
La casa circondariale di Udine esternamente si mostra come un edificio non troppo decadente.
Sono le ore 9.15 ed il clima caldo-umido si fa già ben sentire.
Alcuni familiari di persone ristrette attendono sul ciglio della strada il proprio turno per fare ingresso al colloquio. Si posizionano dall’altra parte della strada, alcuni sopra il marciapiedi ed altri sul ciglio, alla disperata ricerca di una zona d’ombra.
Appena si entra, si passa il metal detector ed una piccola stanza a vetro dove gli agenti chiedono i documenti di identità, controllano eventuali pacchi e consegnano le chiavi degli armadietti dove posizionare i propri beni personali. C’è un po’ di fila e gli armadietti sono sprovvisti di lucchetti o non funzionanti. Una signora commenta il fatto di non essere riuscita a consegnare delle paste ad un proprio familiare. Probabilmente rientravano tra i beni alimentari proibiti da regolamento. Nell’aria aleggia la solita tensione e soggezione che si percepisce la prima volta che si entra in un Istituto Penitenziario.
Dopo svariati minuti, riusciamo a passare attraverso il primo cancello che porta ad un atrio interno, dove alcuni agenti controllano l’operato degli “spesini” (persone ristrette che lavorano per l’Amministrazione Penitenziaria con il ruolo di distribuzione della spesa comprata dai ristretti). Attraversiamo questo piccolo pezzo di terra che volge all’esterno ed arriviamo ad un’altra porta che viene aperta dagli agenti e ci indirizza verso un breve corridoio dove un’altra porta automatica (è esteticamente più carina delle porte a sbarre e soprattutto non fa rumore), ci permette di accedere ad un lungo corridoio dove si trovano i vari Uffici (Ufficio Telefonate, Ufficio Matricola, Ufficio dell’Area Educativa e vari Uffici Colloqui).
Ovviamente ci si ritrova nella medesima situazione di altre carceri italiane: il numero di funzionari giuridici pedagogici è inferiore al numero di persone ristrette da seguire. Si intravedono alcune persone ristrette che stanno lavorando in cucina ed in magazzino. Ci salutano chiamandoci “dottoresse”. La ricerca di una stanza colloqui libera è stata un’avventura impegnativa. L’attesa si percepisce assai in un luogo come il carcere e mette a dura prova il proprio livello di pazienza.
Non appena abbiamo la stanza, raggiungiamo quasi il “nirvana”. Dobbiamo chiamare la persona con la quale vogliamo colloquiare. Ciò significa che il potere è in mano agli agenti, i quali dovranno avvertire i propri colleghi alla sezione giusta ed inviare la persona giusta. Se la persona è straniera, la missione sarà assai più ardua.
Se il soggetto ha un nome e cognome difficile da pronunciare, sarà ancora più facile che ci arrivi a colloquio la persona sbagliata.
Ci addentriamo verso un livello superiore d’attesa. Dopo 10/15 minuti, siamo costrette a sollecitare. Ovviamente questo significa chiedere nuovamente all’agente di chiamare la persona. In quel dato momento si scopre che la persona non è stata ancora chiamata per un’incomprensione. Ciò che appare anormale, è normale. Ci si abitua, ma il caldo rende tutto poco sopportabile.
E siamo fortunati: ci troviamo al piano terra. Quando finalmente la persona scende, iniziamo il colloquio. È felice di vederci perchè stiamo portando buone notizie ed ha voglia di parlare e condividere la sua storia di vita. Noi siamo altrettanto felici ad ascoltarlo, a fargli domande.
La frustrazione derivante dall’attesa è quasi scomparsa, probabilmente anche per lui.


