Prima pagina

Per una rossa primavera che vada questa volta sino in fondo

Cacciare il governo Meloni per un’alternativa anticapitalista.
No al campo largo coi partiti borghesi, per un campo unito della classe operaia.
Per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici

Il 25 aprile 1945 la Resistenza coronò la liberazione dell’Italia dalle truppe di occupazione naziste e dal fascismo. Ma le migliori aspirazioni partigiane furono tradite. Il grosso delle forze partigiane, la classe operaia che le sosteneva, si erano battute per “una rossa primavera”: per liquidare assieme al fascismo la classe capitalista che per vent’anni aveva foraggiato il regime. Ma la burocrazia staliniana dell’URSS aveva concordato con gli imperialismi “democratici” alleati una soluzione opposta: l’Italia liberata doveva restare sotto il controllo capitalista. Il gruppo dirigente del PCI subordinò pertanto la Resistenza all’unità coi partiti borghesi. I governi di unità nazionale tra De Gasperi e Togliatti si incaricarono di disarmare i partigiani, di amnistiare gli aguzzini fascisti, di riportare i capitalisti alla guida delle fabbriche, di ricostruire l’apparato repressivo dello Stato, di preservare il Concordato mussoliniano tra Chiesa e Stato. La Costituzione pattuita fra PCI e DC sigillò tale soluzione. Non fu figlia della Resistenza ma del suo tradimento. Fu “una rivoluzione promessa in cambio di una rivoluzione mancata”, come confessò Piero Calamandrei.

OGNI VOLTA IL MENO PEGGIO HA PREPARATO IL PEGGIO

La stessa dinamica, in forme e contesti diversi, è stata riproposta ogni volta lungo l’intero dopoguerra dai gruppi dirigenti della sinistra. Ogni grande movimento di massa, ogni lotta contro la destra reazionaria, è stata subordinata al compromesso con la borghesia. Col risultato oltretutto di spianare ogni volta la via al ritorno delle destre peggiori. Il “meno peggio” ha sempre preparato il peggio. A danno dei lavoratori e delle giovani generazioni.

Oggi un esecutivo a guida postfascista governa l’Italia. Decenni di compromissioni delle sinistre politiche (dal compromesso storico ai governi Prodi) e di subordinazione sindacale agli interessi d’impresa hanno finito col liberare la via al governo più reazionario della storia repubblicana: un governo che persegue disegni bonapartisti, vara leggi liberticide, attacca diritti sindacali, esalta il militarismo patriottico della Nazione. Un governo che grazie alla legge elettorale varata dal PD (governo Gentiloni) consente oggi a una destra che ha avuto il 44% dei voti di disporre del 59% dei parlamentari. Altro che “governo del popolo”! Cacciare questo governo è un compito prioritario di tutte le sinistre politiche e sindacali. Ma per quale via, e nel nome di quale prospettiva?

CACCIARE MELONI CON UNA MOBILITAZIONE STRAORDINARIA

Dopo quattro anni il governo Meloni ha subito un colpo con la sconfitta referendaria. I suoi progetti istituzionali sono azzerati, la sua immagine pubblica è lesionata, il suo spazio di manovra è amputato dalla crisi energetica e dai costi della guerra in Medio Oriente, le sue relazioni con Trump e col genocida Netanyahu sono esposte alla crisi di rigetto della maggioranza dell’opinione pubblica. Bene. Significa che il governo è più debole.

Ma allora è tanto più necessaria e urgente una mobilitazione di massa, unitaria e radicale, che punti a cacciarlo. Una mobilitazione che recuperi le energie del grande movimento pro Palestina di settembre e ottobre, di quella giovane generazione che invase le piazze e le strade di tutta Italia, che paralizzò grazie ai rapporti di forza i decreti sicurezza del governo, che aprì la strada alla sua sconfitta referendaria. È l’ora di preparare uno sciopero generale vero, convocato unitariamente, senza settarismi, dalla CGIL e dai sindacati di base; uno sciopero sostenuto unitariamente, senza defezioni, da tutte le sinistre politiche, associative, di movimento. Uno sciopero convocato su una piattaforma unificante di vera svolta che rompa con le politiche di trent’anni. Che rivendichi ad esempio il ripristino della scala mobile, la cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro, una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco. Ma anche la soppressione delle leggi liberticide, l’abbattimento delle spese militari e la rottura di ogni relazione con lo Stato coloniale sionista. Uno sciopero, insomma, fatto non per partecipare ma per vincere. È l’unica via che possa unire. L’unica che possa disgregare il blocco sociale reazionario su cui il governo si appoggia.

NESSUNA SUBORDINAZIONE AL “CAMPO LARGO” COI PARTITI BORGHESI

Il “campo largo” del centrosinistra liberalborghese (esteso persino al confindustrial-sionista Matteo Renzi) va in direzione opposta. La stessa rivendicazione elementare delle dimissioni del governo dopo la sconfitta referendaria è stata rimossa, per non scontentare Confindustria che chiede governabilità e stabilità. Tutto si riduce all’attesa delle elezioni politiche del 2027, e alla guerra fra Schlein e Conte per la guida della coalizione. Quanto al famoso programma comune, si tratterà dell’ennesima retorica dei “valori democratici” per mascherare la conservazione dell’ordine borghese e delle sue invalicabili colonne d’Ercole: difesa della NATO e dell’unione degli imperialismi europei (UE), aumento delle spese militari nel nome della difesa europea, pagamento regolare del debito pubblico a banche e compagnie di assicurazione, riverniciatura della vecchia truffa “due popoli e due stati” sulla Palestina, e naturalmente collaborazione tra le classi sul piano sociale nell’”interesse nazionale”. È la vecchia logica dell’alternanza: un cambio di governo della borghesia italiana. L’ennesimo cambio di spalla del fucile.

Le direzioni del movimento operaio e della sinistra si subordinano ancora una volta all’alternanza. Come nel 1996. Come nel 2006. Alleanza Verdi Sinistra è da tempo componente organica e disciplinata del campo largo. Il Partito della Rifondazione Comunista si aggiunge al campo largo come ultima ruota del carro. La burocrazia CGIL copre tutti con la propria passività subalterna. Ai salariati e ai giovani si riserva come sempre il ruolo di sgabello di una soluzione estranea alle loro ragioni.

PER UNA SINISTRA CHE NON TRADISCE

C’è bisogno di costruire un’altra direzione del movimento operaio e sindacale. Un’altra sinistra. Una sinistra che in opposizione al campo largo coi partiti borghesi si batta per un campo unito della classe operaia. Una sinistra capace di portare in ogni lotta quella consapevolezza che oggi manca: la necessità di farla finita col capitalismo. La necessità di battersi per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici quale unica vera alternativa. La necessità di contrapporsi ad ogni imperialismo vecchio e nuovo al fianco di tutti i popoli oppressi e delle loro resistenze, nella prospettiva di una rivoluzione socialista internazionale.

È la sinistra che è impegnato a costruire il PCL, sezione italiana della Lega Internazionale Socialista.

Partito Comunista dei Lavoratori