Interventi

PaP Fiction

Salvo Lo Galbo

«Sia gli aiuti umanitari che quelli militari all’Ucraina, di fronte all’aggressione criminale della Russia, sono essenziali. La Francia deve fare pienamente la propria parte per aiutare l’Ucraina a respingere l’invasore. In tal senso, il gruppo parlamentare della LFI non si oppone al trasferimento di equipaggiamenti e armi all’Ucraina»

Comunicato stampa del gruppo parlamentare La France Insoumise-NUPES, 13 luglio 2023 (1).

Nato nel 2017, Potere al Popolo ha eletto il suo riferimento politico estero nel francese La France Insoumise, «Francia non sottomessa», partito populista e «sovranista di sinistra» fondato e guidato da Jean-Luc Mélenchon. Già il nome del partito è una dichiarazione di grandeur nazionalista: non è il proletariato a dover liberarsi dalla sottomissione, ma la nazione nella sua interezza, vecchia potenza coloniale, principe nella alleanza imperialista atlantica. Più che il nome di un partito di sinistra, un proclama di supremazia.

Jean-Luc Mélenchon, già europarlamentare dal 2009 al 2017 col Partito Socialista e successivamente con il Partito di Sinistra (Parti de Gauche, nel contesto del Front de Gauche), entra nuovamente nel Parlamento Europeo nel 2019 proprio con La France Insoumise. Alle elezioni europee, il partito ha ottenuto 9 seggi su 81 spettanti alla Francia, confermandosi come una delle forze di punta della sinistra francese. Con una tale forza a disposizione, Mélenchon potrebbe mobilitare migliaia di persone attorno a una piattaforma radicale ed esercitare una discreta pressione verso i partiti dominanti. Ma, a dispetto di una propaganda che in Italia rivende uno sconosciuto Mélenchon come riferimento per una sinistra di rottura, Mélenchon è un vecchio ingranaggio delle istituzioni, della stabilità borghese, del patto atlantico.

C’è qualcosa che accomuna Mélenchon ai coccodrilli rossi nostrani, quelli che, al governo con Prodi, hanno votato interventi militari e rifinanziamenti alle guerre inaugurate dall’osteggiato Berlusconi, mentre oggi si atteggiano a Orlandi furiosi dell’antiatlantismo.

Francia, primavera 1999. Con Lionel Jospin come primo ministro, il Partito Socialista era alla guida del governo. Rieletto tra le file del partito nel 1995, Jean-Luc Mélenchon sedeva al Senato come parlamentare di maggioranza. Ma nonostante la ragguardevole capacità di influenzare il dibattito interno, il quarantasettenne socialista non mosse boccia contro l’intervento militare del suo Paese nella guerra del Kosovo dentro l’allora Repubblica Federale di Jugoslavia, condividendo la complicità del governo nazionale e della NATO.

Marco Rizzo, eletto nel 2004 al parlamento europeo con il Partito dei Comunisti Italiani nel gruppo Sinistra Unitaria Europea – GUE/NGL, plaudiva all’ex democristiano Romano Prodi per l’ingresso dell’Italia nell’euro. Oggi stramaledice l’euro, l’Unione Europea e Prodi.
Franco Turigliatto, il trotskista antimilitarista e anticapitalista fin dal nome del suo attuale partito, nel secondo governo Prodi votava ventitré volte la fiducia all’esecutivo, ivi inclusi i crediti di guerra, in preda – giurava! – a forti mal di pancia, ma non abbastanza da indurlo a liberarsi del legame politico col partito che continua a rincorrere à la Pepe Le Pew dietro la gatta Fifì, ignaro, come la puzzola, dell’impossibilità di un amore tra specie diverse.
Così il valdese Paolo Ferrero – oggi «antiatlantico» al punto da non assumere neppure la difesa nazionale ucraina per non offendere Putin – nei giorni che fu ministro di Prodi si fece red carpet a detassazioni dei grandi profitti, privatizzazioni, precarizzazioni e guerre. Fino a Fausto Bertinotti, oggi fuori dalla politica, se si esclude l’adesione a Comunione e Liberazione, al quale andrebbe il premio prefica per «la morte del comunismo in Italia», sopraggiunta dopo la sua ultima coltellata.

Mélenchon, che negli anni successivi condannerà l’intervento NATO in Serbia, è nemico della NATO precisamente come lo sono i nostri «armiamoci e spartite!». È la loro versione francese. Per certi versi, la sua devozione al nazionalismo francese (si badi, il nazionalismo aggressivo di una potenza imperialista da distinguere dal nazionalismo difensivo delle nazioni dipendenti o semidipendenti, coloniali o semicoloniali), mostra con più evidenza dei casi italiani il doppiogioco, l’ipocrisia, lo scarto tra il piano della propaganda e quello del programma reale. Né un Ferrero né un Acerbo e neanche un Fratoianni arriverebbe a dirsi disturbato se, a un comizio, gli astanti prendessero a intonare canti comunisti. Mélenchon arriva a bocciare le strofe de «L’Internationale» chiedendo di sostituirvi l’inno nazionale de «La Marsigliese» e, come non bastasse, di non sventolare drappi rossi: la bandiera che oggi serve è il tricolore de La Grande Nation. Coerentemente, s’è detto, col nome-programma del partito.

Potere al Popolo afferma di rifiutare ogni compromesso con il centrosinistra e di porsi in netta alternativa ai partiti e alle figure che lo hanno sostenuto. Non riconosce come alternativa Maurizio Acerbo (segretario del Partito della Rifondazione Comunista favorevole al “campo largo” che Potere al Popolo ha contestato l’8 luglio a Napoli). Non guarda all’altra ala di Rifondazione guidata da Paolo Ferrero, al punto da aver fondato e mantenuto nel tempo un nuovo soggetto politico. Adotta la stessa linea di rottura verso figure ed esperienze riconducibili alle medesime responsabilità. Un partito, insomma, che dichiara di esser nato per opporsi alla collateralità o subalternità al centrosinistra, adottando lo slogan «centrosinistra e centrodestra, facce della stessa medaglia» (spinto fino a venature di terzoperiodismo). Ci si chiede perché questo rigore non vale per Mélenchon, che è stato un uomo del centrosinistra francese in passato come del centrosinistra europeo oggi, ed è stato ed è uomo della NATO.

La sciarada di un centrosinistra rinnegato a parole e non nei fatti non riguarda solo l’oltralpe. Si riscontra l’identica incoerenza nell’esperienza tutta italiana di Luigi de Magistris, ex Italia dei Valori, formazione situata a destra dello stesso PD, caratterizzata da un codice giustizialista distante anni luce dall’occupazione dell’ex OPG Je So’ Pazzo, realtà da cui ha tratto origine Potere al Popolo. De Magistris, divenuto in seguito un riferimento per il Giuseppe Conte dell’attuale “campo largo”, ha governato Napoli per dieci anni, dal 2011 al 2021. Durante il lungo mandato, non ha adottato nessuna misura anticapitalista. Al contrario, nell’ottobre 2020 si distingueva per il durissimo attacco pubblico ai lavoratori delle aziende di trasporto, accusandoli di «condotta criminale premeditata ai danni dei campani» perché richiedevano giorni di mutua, criticando inappellabilmente i sindacati che ne assumevano la difesa. Successivamente, ha sposato in pieno la logica della giustizia borghese nel caso dell’anarchico Alfredo Cospito, già in regime di 41 Bis, prendendone le distanze come un volgare criminale. Nonostante questi precedenti, Potere al Popolo si ostinava a sceglierlo come leader e portavoce per la coalizione elettorale Unione Popolare nel 2022, incarico che De Magistris ha poi abbandonato esattamente come Angelo d’Orsi. È così che si muove un partito che intende costruire una reale alternativa di sistema? Potere al Popolo cerca davvero un’alternativa radicale al centrosinistra o ambisce semplicemente a costruire un altro centrosinistra, di stampo filo-BRICS?

Ma torniamo al nostro eurosciovinista, il rampollo del mitterandismo venduto come rottura, Jean-Luc Mélenchon. Mentre USB (sindacato legato a PaP) blocca nei porti italiani il carico di armi destinato all’Ucraina, LFI, al parlamento europeo, fa esattamente il contrario: vota l’invio di armi in Ucraina. L’esito ha del clownesco: con una mano si blocca, a Genova e Livorno, ciò che l’altra mano lancia a Bruxelles.

Il Partito Comunista dei Lavoratori difende incondizionatamente il diritto del popolo ucraino alla resistenza, che è armata o non è, ma non avrebbe mai votato l’armamento in Ucraina da parte delle potenze imperialiste. Ciò perché le forniture militari dell’imperialismo non arrivano mai da sole. Fanno parte di una politica geostrategica complessiva. L’imperialismo non arma un paese aggredito da un rivale per reale solidarietà, ma per sostituire l’altrui aggressione con il proprio controllo. Fingere che si possa sostenere solo il singolo invio di armi ignorando il resto della strategia di guerra borghese è un inganno o una grande ingenuità, in cui il PCL non cadrà mai.

Per questo la posizione del PCL è netta: non bloccare materialmente la partenza delle armi, ma opporsi a tutti i progetti di contorno e alle politiche di «sostituzione della predazione» della NATO in Ucraina. È una posizione estremamente caratterizzata, unica in Italia, ma la sola che riesce a conciliare due necessità: il diritto degli ucraini a ricevere le armi e l’esigenza di limitarsi esclusivamente a quelle, combattendo invece tutto il resto del pacchetto di guerra volto ad affermare un’egemonia atlantica sull’Ucraina.

Potere al Popolo, ormai l’involucro zombie dalla Rete dei Comunisti, giudica l’aggressione russa all’Ucraina con lenti assai diverse. Fatta propria la propaganda putiniana della «denazificazione», e riducendo la questione a un fatalismo ben singolare per chi adotta il motto «Cambiamo tutto!», secondo PaP l’Ucraina sarebbe comunque destinata a finire o sotto la NATO o sotto la Russia. Avendo stabilito che l’imperialismo russo sia meno brutto di quello occidentale, il partito non spende una sola parola di solidarietà per un popolo bombardato da anni, sottintendendo che i bombardamenti se li è voluti col suo impunito «nazismo-masochismo per la NATO», e arriva a cacciare violentemente dalle piazze le bandiere gialloblù, simbolo di una discordia che il campismo ha già deciso come risolvere: l’Ucraina alla Russia, con buona pace di Lenin che la liberò. Questo succede in Italia, mentre all’estero gli alleati francesi votano l’invio di armi.

Ciò accade perché il sostegno all’imperialismo non nasce da pure fumisterie ideologiche, ma da calcoli di convenienza politica ed economica. È per questo motivo che i fautori dell’asse orientale o di quello occidentale – siano essi di estrazione «rossa» o «nera» – si comportano allo stesso modo: quando l’obiettivo è reggersi grazie al sostegno dei potenti, reggendo a propria volta il sostegno dei potenti, l’unica discriminante diventa chi elargisce i fondi. Se ieri conveniva allinearsi a Bush, oggi la fedeltà può spostarsi laddove garantisce (o promette di farlo) un Putin, e così via, di pagante in pagante, di imperialismo in imperialismo, di tradimento in tradimento. Questa cinica mistione di opportunismo e “logica dei blocchi”, venduta dietro la sempiterna categoria del “realismo politico”, è il frutto più logico dello stalinismo. Lo stalinismo è privo di una linea politica indipendente: sorto come versione post-rivoluzionaria del menscevismo e della socialdemocrazia, è tornato ancella delle forze borghesi. Mai autonomia politica, mai ruoli di dirigenza rivoluzionaria, se non consentita da Mosca per esclusiva opportunità di tenuta della stessa burocrazia sovietica. Ecco perché la collaborazione di classe – spinta fino al sostegno dell’imperialismo – appartiene al DNA dello stalinismo. A pagare il prezzo dei mirabili calcoli politici di tali sedicenti “cambiatori di tutto” rimangono milioni di individui, famiglie, salariati: proprio la classe che i socialisti avrebbero il dovere di tutelare.

Fa male constatare quanto questa nauseante finzione faccia presa su compagni giovani, a cominciare dai volti più noti di Potere al Popolo, Marta Collot e Giuliano Granato (i quali, chi scrive, spera possano ravvedersi e intraprendere una vera politica rivoluzionaria). E dispiace ancor più veder cadere in questa deriva un sindacalista che, pur tra molte contraddizioni, si è sempre proclamato antistalinista, luxemburghista, riducendosi a pedina della Rete dei Comunisti – come dimostrano uscite recenti e sconfortanti quali il saggio Solo il socialismo ci può salvare, di cui ci occuperemo presto.

Le fiction contestatarie rischiano di strozzare PaP al nastro di Möbius del miglior Tarantino. Gli esterni delle piazze del centrosinistra hanno solo la colpa di illuminare l’identica politica di PaP che, di là dallo specchio, è semplicemente coperta dalle alpi.

«Come chiamano il Big Mac in Francia?» «Il Big Mac è il Big Mac, ma lo chiamano Le Big Mac.»

(1) https://lafranceinsoumise.fr/2023/07/13/livraison-darmes-a-lukraine-le-parlement-doit-etre-consulte/