Interventi

Gran Bretagna, 1926: sciopero generale

(prima parte)

A cento anni dallo storico sciopero generale del maggio 1926, presentiamo la prima parte del testo di una pubblicazione (The 1926 General Strike) dei nostri compagni di Workers Power, sezione britannica della Lega Internazionale Socialista. Rimandiamo alla versione originale per le note dell’autore, per la cronologia e per la bibliografia.

INTRODUZIONE

Lo scopo dello studio dei grandi momenti della lotta di classe del passato non è semplicemente quello di ricordare le eroiche lotte dei nostri predecessori, ma di vedere quali insegnamenti essi possano offrirci su come affrontare i problemi di oggi. Come recita la famosa frase: «Chi non impara dalla storia è destinato a ripeterla». È in questo spirito che Workers Power ha deciso di ampliare e ristampare questo opuscolo sullo sciopero generale del 1926 in occasione del suo centenario.

Questo opuscolo è in realtà un’analisi delle ragioni della sconfitta dello sciopero generale, ma ciò non deve sminuire in alcun modo il coraggio, l’abilità e la determinazione dei militanti sindacali e della classe operaia più in generale nel corso di quella lotta. A Fife e Glasgow, a Liverpool, Newcastle e Londra, nelle valli del Galles meridionale, esistevano elementi di doppio potere che avrebbero potuto essere sviluppati.

La Gran Bretagna era stata afferrata da una situazione prerivoluzionaria. L’unica cosa che la ostacolò fu la linea politica non rivoluzionaria dei sindacati, del Partito Laburista e del Partito Comunista. Per questo motivo è d’obbligo che, mentre celebriamo le azioni della classe operaia in quello sciopero, guardiamo anche alle lezioni che possiamo e dobbiamo imparare dal suo fallimento.

La prima e più ovvia lezione del 1926 è che i sindacati – che si organizzano in luoghi di lavoro di ogni tipo e rappresentano strumenti essenziali per aumentare i salari, proteggere le condizioni di lavoro e agire come potente leva per importanti riforme sociali a favore dell’intera classe lavoratrice – sono anche la base, in Gran Bretagna, per una rivoluzione socialista che abbia successo.

Tuttavia, da soli non sono in grado di portare a termine con successo questa rivoluzione, fintantoché il loro apparato dirigente permanente – ciò che i marxisti chiamano burocrazia sindacale – mantiene la direzione di essi. Questo rimane vero ancora oggi, nonostante i grandi cambiamenti nella composizione della classe lavoratrice e quindi dei sindacati.

I sindacati rappresentano oggi, come allora, solo una minoranza della classe lavoratrice. Quindi, come capirono i rivoluzionari degli anni ’20, dobbiamo espanderli organizzando gli strati più oppressi e i disoccupati, attualmente esclusi da essi.

Ma allo stesso tempo dobbiamo respingere l’idea, oggi diffusa da personaggi come Sharon Graham di Unite (1), secondo cui i sindacati possano e debbano rimanere al di fuori della politica. I comunisti devono lottare contro il “sindacalismo puro e semplice”, che è una distorsione burocratica del sindacalismo, un’ideologia per i sindacati. Questo lavoro non può essere svolto all’ultimo minuto, ma deve iniziare oggi.

In secondo luogo, lo sciopero generale ha dimostrato che l’idea secondo cui la lotta di classe in Gran Bretagna non affronta la questione della rivoluzione – o che la classe lavoratrice britannica non è sensibile alle idee rivoluzionarie perché viviamo in una democrazia – è falsa. Appena due anni dopo il primo governo laburista (di minoranza), milioni di persone hanno scioperato contro il successivo governo conservatore, e centinaia di migliaia sono scese in piazza per combattere le forze dello Stato. La risposta della classe dominante, espressa da liberali e conservatori, è stata che qualsiasi azione di classe in solidarietà con un milione di minatori che dovevano affrontare tagli salariali e orari più lunghi nelle dure condizioni delle miniere era una sfida alla costituzione e doveva essere schiacciata. Purtroppo, una parte dei leader sindacali e del Partito Laburista era d’accordo con loro. E, peggio ancora, nel momento decisivo detenevano il potere nel nostro movimento.

Condizioni simili prevalsero nei grandi scioperi degli anni ’70 e ’80 e, su scala minore, nello sciopero di 24 ore di due milioni di lavoratori del settore pubblico britannico del 30 novembre 2011. Questi scioperi avrebbero potuto portare a un’ulteriore azione ad oltranza, ma furono traditi dai leader sindacali.

In terzo luogo, gli eventi del 1924-’26 dimostrano che nell’epoca dell’imperialismo ciò che sembra una semplice vertenza sindacale può svilupparsi, per la forza delle proprie dinamiche interne, in una lotta per il potere. Uno sciopero generale, se va oltre una manifestazione di un giorno, pone – come disse Trotsky – la questione del “chi comanda”. Anche lo sciopero dei minatori del 1984-’85 poneva questa domanda, poiché non si trattava di una semplice vertenza sindacale ma di un attacco governativo ben pianificato da parte della Thatcher, proprio come quello di Baldwin nel ’26, volto a spezzare lo spirito e la forza della classe operaia e della sua avanguardia più attiva. Solo un’azione di solidarietà di massa della classe – uno sciopero generale o di massa da parte dei sindacati maggiori – avrebbe potuto sconfiggerla. Il fallimento nel raggiungere questo obiettivo o, da parte di alcuni nella sinistra rivoluzionaria, persino nel lottare per esso, è stato pagato non solo dai minatori ma dall’intera classe lavoratrice.

Ma affinché questo potenziale si realizzi, i lavoratori devono costruire nuove organizzazioni, essenzialmente consigli d’azione e corpi di difesa dei lavoratori. Ecco perché in ogni lotta di classe significativa, come recentemente nell’ondata di scioperi del 2022-2023, i comunisti devono sollevare la prospettiva e la necessità di avere tali organizzazioni.

In quarto luogo, i militanti di base nei sindacati che ripongono la loro fiducia nell’ala di sinistra della burocrazia sindacale devono mantenere la loro indipendenza a tutti i costi e creare il nucleo di una leadership alternativa della lotta, responsabile – anche nel pieno della battaglia – nei confronti delle decisioni prese democraticamente dai suoi membri.

La maggior parte delle aree di sinistra nei sindacati odierni sono “sinistre ampie”, cioè gruppi che si concentrano quasi esclusivamente sull’elezione di funzionari di sinistra, sul sostenerli in carica e sul conquistare l’apparato burocratico dei sindacati contro la destra interna. Questo è inutile, come hanno dimostrato le varie capitolazioni e vacillamenti dei leader “di sinistra”, in particolare nel 1978–’79 con i tradimenti di Hugh Scanlon e Jack Jones durante “l’inverno del malcontento”, e durante lo sciopero dei minatori durato un anno nel 1984-’85 – figure ben più radicali degli attuali leader di sinistra – ma anche nelle più recenti ondate di scioperi.

Dobbiamo invece costruire un movimento di base, indipendente da tutte le ali della burocrazia. Naturalmente dobbiamo sostenere i rappresentanti della sinistra contro la destra interna, nei sindacati, quando essi sono a favore di una maggiore democrazia e combattività del sindacato. Ma la base deve definire i propri obiettivi e metodi di lotta senza timori né preferenze, compresa la lotta per abolire il sistema salariale stesso: la lotta per il socialismo deve essere scritta sulla sua bandiera.

Un movimento di base deve essere pronto a farlo, come diceva Trotsky, attraverso lo «smascheramento continuo, sistematico, inflessibile, instancabile e irriducibile dei leader pseudosinistri di ogni sfumatura». Deve conservare la sua capacità di prendere iniziative proprie e di usare questa capacità quando necessario.

In quinto e ultimo luogo, i grandi eventi dello sciopero generale mettono in luce la necessità di un partito veramente rivoluzionario. Solo un partito di questo tipo, radicato nella classe operaia e con un’influenza crescente nelle sue organizzazioni combattive, può guidare i lavoratori attraverso gli alti e bassi della lotta. Solo un partito di questo tipo può costruire un ponte tra le lotte di oggi e la conquista del potere, tra la coscienza riformista dei lavoratori e una coscienza rivoluzionaria.

Trotsky era pienamente consapevole che il giovane Communist Party of Great Britain (CPGB, Partito Comunista della Gran Bretagna) era probabilmente incapace di condurre la classe lavoratrice alla vittoria al suo primo tentativo, ma che un esito inconcludente avrebbe offerto al partito ulteriori opportunità, a condizione che seguisse una linea corretta.

Come scrisse Trotsky il 6 maggio 1926:

«I risultati dello sciopero, sia quelli immediati e che i più indiretti, saranno tanto più significativi quanto più risolutamente la forza rivoluzionaria delle masse spazzerà via le barriere erette dalla leadership controrivoluzionaria… Se lo sciopero non produrrà questo cambiamento, lo renderà però molto più vicino».

Questa prospettiva era in netto contrasto con le posizioni sia di Zinoviev che di Stalin, che di fatto scaricarono il CPGB e cercarono una scorciatoia tramite le sinistre sindacali attraverso il Comitato anglo-russo.

Questo è importante oggi, quando è diventato di moda liquidare le “sette”, con cui i nostri critici intendono piccoli gruppi basati su un programma e una teoria. Sebbene le acrobazie del Socialist Workers Party e del Socialist Party abbiano allontanato molti militanti, e siano effettivamente sia settarie che opportuniste, non possiamo ignorare la necessità della chiarezza rivoluzionaria. Non si ignora la necessità di una bicicletta solo perché nel garage ci sono due biciclette rotte.

Va ricordato che la forza decisiva nello sciopero di massa del 1926 non fu l’Independent Labour Party, strutturato in maniera approssimativa e politicamente confuso, con i suoi 50.000 membri, ma il CPGB, cioè un’organizzazione di un ventesimo delle sue dimensioni. Il CPGB aveva il vantaggio di una struttura centralista democratica, di un programma corretto (almeno per un certo periodo) e, attraverso il National Minority Movement (2), di un’influenza tra i settori più attivi della classe. Naturalmente, quel programma deve essere perfezionato – e persino rimesso a punto durante la lotta – ma l’idea che si possa fare a meno di un programma del genere deve essere respinta totalmente.

A ciò si aggiunge il fatto che anche il miglior partito rivoluzionario deve incorporare nel proprio programma strategie e tattiche per una lotta concreta. Ciò deve comprendere una corretta valutazione delle questioni politiche in gioco e della specifica leadership di quella lotta. La questione di con chi e con quali forze si possa stringere un fronte unico per portare avanti la lotta si pone con grande urgenza. Se il lavoro rivoluzionario nei sindacati non può essere rimandato fino al momento della resa dei conti, ciò vale a maggior ragione per il partito rivoluzionario. Non esiste in Gran Bretagna un partito rivoluzionario in grado di fornire una leadership alternativa ai burocrati, che siano essi di destra o di sinistra, nonostante le numerose organizzazioni che si definiscono tali. Questo partito deve ancora essere costruito, sulla base di un programma che colleghi le lotte odierne all’abolizione rivoluzionaria del capitalismo. Ecco perché invitiamo i lavoratori, le donne e i giovani a leggere il nostro opuscolo e a discuterne con Workers Power. Se siete d’accordo con noi, unitevi a noi.

LO SCIOPERO GENERALE DEL 1926

Dave Stockton

L’IMPERIALISMO BRITANNICO E LA SUA CLASSE LAVORATRICE

Due sviluppi fondamentali, simultanei ma contraddittori, hanno plasmato la politica britannica nei decenni successivi alla prima guerra mondiale: il declino della Gran Bretagna dalla sua posizione secolare di potenza dominante del capitalismo mondiale; e un corrispondente spostamento a sinistra del movimento operaio britannico, sia in termini di organizzazione e tattiche sindacali, sia come rottura con il Partito Liberale, il secondo partito della borghesia, per fondare il Partito Laburista, sebbene quest’ultimo con una politica e una leadership in gran parte liberali. Un fattore secondario fu l’emergere di gruppi socialisti e sindacalisti rivoluzionari che si unirono per fondare nel 1920-’21 il Communist Party of Great Britain (Partito Comunista della Gran Bretagna).

In quanto prima nazione industriale moderna, cioè pienamente capitalista, la Gran Bretagna in questo periodo era la “fabbrica del mondo”. Ma questa posizione era da tempo, sempre più, messa in discussione fin dagli ultimi anni del XIX secolo dalla concorrenza delle più moderne grandi industrie della Germania e degli Stati Uniti d’America. Una serie di “grandi potenze” iniziò a sviluppare le proprie colonie o a dominare Stati formalmente indipendenti in America Latina, sfidando il dominio britannico sui mercati e sulle fonti di materie prime.

Teorici come il liberale inglese J. A. Hobson e marxisti come Rudolf Hilferding, Rosa Luxemburg e V. I. Lenin definirono questo sviluppo «imperialismo». Lenin, nel suo libro che porta questo titolo, lo considerò un nuovo periodo (il più alto e l’ultimo) nella storia del capitalismo, caratterizzato da una lotta tra giganteschi monopoli e banche per i mercati mondiali e, sul piano militare, tra Stati per il controllo del territorio. Ecco perché Lenin definì la Prima guerra mondiale una guerra imperialista, cosa che la Seconda Internazionale aveva fatto nei suoi congressi di Stoccarda e Basilea, stabilendo che i partiti socialisti non dovessero dare alcun sostegno a tali guerre; cosa poi rinnegata dalla maggioranza delle sue sezioni nel 1914.

La Gran Bretagna si unì alla Russia zarista e alla Francia nella guerra contro la Germania e l’Austria nel 1914 principalmente per mettere fuori gioco il suo principale rivale imperialista. Sebbene, dopo grandi sacrifici, vinse quella contesa, le conseguenze non furono del tutto a suo vantaggio. Gli Stati Uniti, che erano entrati in guerra in ritardo, ne uscirono molto più forti rispetto ai loro alleati europei. La Gran Bretagna dovette vendere molti dei suoi investimenti negli Stati Uniti per pagare armi, navi, rifornimenti alimentari e così via. Le industrie tedesche erano cresciute enormemente durante la guerra, anche se il trattato di pace di Versailles le impose un enorme onere di riparazioni nel breve termine.

L’Impero britannico si stava anche riducendo. Le colonie di insediamento in Australia, Canada, Nuova Zelanda e Sudafrica, sebbene ancora “sotto la corona”, divennero di fatto indipendenti, mentre la Gran Bretagna perse gran parte dell’Irlanda, la sua colonia più antica, a favore dei repubblicani nel corso di una guerra brutale (1919-’21). Un potente movimento indipendentista si diffuse in India. Il dominio mondiale della Gran Bretagna sul commercio, la finanza e l’industria, così come il suo monopolio sulle risorse di materie prime, era minacciato più che mai.

Inoltre, l’Europa devastata dalla guerra iniziò a riprendersi. Quando l’occupazione francese della Ruhr – il cuore industriale della Germania, che produceva l’80% del carbone, del ferro e dell’acciaio del Paese – giunse al termine nel settembre 1924, ciò mise la competitività estrattiva e industriale britannica sotto estrema pressione. L’industria manifatturiera e mineraria tedesca era considerata più produttiva, grazie ai nuovi investimenti. La stretta sul capitalismo britannico si stava facendo più forte.

Il secondo sviluppo fu il rafforzamento della classe operaia britannica. Gli anni precedenti la guerra avevano visto quello che divenne noto come il Great Unrest (“grande malcontento”) del 1910-’14. Enormi scioperi, sia ufficiali che non autorizzati, ebbero luogo in tutto il paese, ma soprattutto nel nord dell’Inghilterra, in Irlanda e in Scozia, coinvolgendo e attivando politicamente milioni di persone. Questa ondata, inizialmente in gran parte sindacalista, si basava sui movimenti riformisti tra i minatori, specialmente nel Galles meridionale, e si sviluppò durante la guerra con la crescita del movimento dei delegati sindacali (shop stewards) e dei comitati dei lavoratori Clyde e di Sheffield dal 1915 fino alla fine della guerra (3). Molti degli scioperi videro scontri violenti quando la polizia intervenne per reprimerli.

Il principio espresso dal Comitato dei lavoratori Clyde nel 1915 era: «Sosterremo i funzionari finché essi rappresenteranno correttamente i lavoratori, ma agiremo in modo indipendente non appena li rappresenteranno in modo sbagliato». Questa dichiarazione di indipendenza della base contro la burocrazia sindacale fu un importante passo avanti. Tuttavia, presentava un punto debole fondamentale. Lasciava il comando centrale e il potere negoziale nelle mani dei funzionari, e non affrontava il problema di come fermare e invertire il sabotaggio delle lotte principali quando la burocrazia improvvisamente «rappresentava in modo sbagliato» i membri.

Negli anni 1919-’20, subito dopo la guerra, l’intervento attivo avviato dalla base continuò. I soldati appartenenti alla classe lavoratrice, di ritorno dalle trincee, non erano disposti a tornare ai vecchi modi di vita fatti di salari bassi, lunghe ore di lavoro e condizioni di lavoro e di vita intollerabili. Il primo ministro del tempo di guerra David Lloyd George, alle elezioni generali del 1918, aveva promesso loro «case degne di eroi». Sebbene il suo governo avesse stanziato fondi per 500.000 alloggi – un numero di per sé insufficiente – ne furono effettivamente costruiti solo 200.000. Allo stesso tempo si registravano fermenti in tutta la classe operaia britannica, fino ad allora politicamente arretrata.

I sindacati avevano costituito il Labour Representation Committee (Comitato di Rappresentanza Laburista) nel 1901, ribattezzato Partito Laburista nel 1906, sebbene ciò avvenisse decenni dopo che i lavoratori tedeschi e francesi avevano creato i propri partiti. Ma prima della guerra il nuovo partito evitò qualsiasi impegno verso il socialismo, e aprì l’adesione ai singoli individui nelle circoscrizioni parlamentari solo dopo la fine della guerra nel 1918 (4). Anche allora, fu il timore dei suoi leader che il bolscevismo contagiasse i lavoratori – molti dei quali vedevano nella Rivoluzione d’ottobre una fonte di orgoglio di classe e di ispirazione – a spingere i leader laburisti a concedere una forma limitata di democrazia di partito.

Nel 1923, il Partito Laburista aveva sostituito i Liberali come principale partito della classe operaia organizzata e aveva formato il suo primo governo (di minoranza). L’esperienza del breve e decisamente poco brillante governo di Ramsay MacDonald politicizzò ulteriormente i lavoratori, portando alla crescita di un’ala sinistra all’interno dell’ILP, Independent Labour Party (5) e anche del Partito Comunista della Gran Bretagna (CPGB), fondato nel luglio 1920.

Sul fronte sindacale, nel 1914 era stata costituita una Triplice Alleanza tra la Miners’ Federation of Great Britain (MFGB, Federazione dei Minatori della Gran Bretagna), il National Union of Railwaymen (NUR, Sindacato Nazionale dei Ferrovieri) e la National Transport Workers’ Federation (Federazione Nazionale dei Lavoratori dei Trasporti), con l’impegno a scioperare insieme per ottenere condizioni migliori. Tra il 1919 e il 1921 furono ottenuti alcuni risultati parziali. Ma tutto finì con una sconfitta, o meglio, con un tradimento. Quando il 13 aprile 1921, il “Black Friday” (venerdì nero), la MFGB respinse un’offerta del governo, James Henry (Jimmy) Thomas, leader dei ferrovieri, ed Ernest Bevin, capo dei lavoratori dei trasporti, vennero meno alla loro promessa di sostenere i minatori.

E che sconfitta fu quella. Coincise con l’inizio di una crisi economica più improvvisa e grave a memoria d’uomo, in cui la disoccupazione salì dal 2,5 per cento della forza lavoro assicurata al 17,9 per cento. Ci fu una grave deflazione (i prezzi al dettaglio crollarono del 24% nel 1921) e i datori di lavoro imposero riduzioni corrispondenti. Alla fine del 1921, sei milioni di lavoratori avevano subito tagli salariali medi dell’8%. Nel 1924, i salari reali erano crollati drasticamente: del 26% per i minatori, del 20% per i lavoratori siderurgici, dell’11% per i lavoratori tessili.

Il Partito Comunista lanciò immediatamente il National Unemployed Workers’ Movement (NUWM, Movimento Nazionale dei Lavoratori Disoccupati), guidato da Wal Hannington e, in Scozia, da Harry McShane. Il suo obiettivo era «creare un fronte unito di lavoratori occupati e disoccupati contro ogni tentativo della classe padronale di utilizzare i disoccupati per abbassare i livelli e le condizioni della classe operaia». Il suo programma rivendicava:

I. Lavoro o piena retribuzione

II. Abolizione del lavoro a cottimo

III. Sussidi di disoccupazione a carico delle finanze dello Stato, amministrati dai sindacati

IV. Abolizione degli straordinari.

Come abbiamo osservato in Marxism and trade unions:

«Quasi due milioni di lavoratori, un quarto dell’intera base, abbandonarono in massa i sindacati, azzerando di fatto l’intera massiccia crescita degli iscritti nel dopoguerra. La disoccupazione balzò da appena 250.000 nel settembre 1920 al 17,4 per cento nello stesso mese dell’anno successivo. La NUWM organizzò la prima delle sue famose Hunger Marches (Marce della fame) verso Londra, e le sue sezioni locali continuarono a partecipare alle lotte sindacali dei lavoratori nei cinque anni successivi, compreso lo sciopero generale del 1926. La NUWM era un’organizzazione molto militante, e di conseguenza subì una repressione poliziesca regolare, con diversi suoi membri che subirono pene detentive».

Lo sciopero generale del 1926 fu il culmine di un periodo di ripresa da questa sconfitta e del contesto immediato che lo generò. È sia ciò che lo rese inevitabile sia ciò che gli conferì il suo esplosivo potenziale rivoluzionario. Come scrisse all’epoca Leon Trotsky: «Lo sciopero di massa nacque dallo squilibrio tra l’attuale posizione dell’economia britannica sul mercato mondiale e i tradizionali rapporti industriali e di classe all’interno del paese».

IL SECONDO CONGRESSO DELL’INTERNAZIONALE COMUNISTA

Una parte significativa di questa ripresa fu un processo di raggruppamento rivoluzionario. Una decina di comunisti britannici riuscirono a eludere il blocco della Royal Navy per raggiungere Pietrogrado e poi Mosca per partecipare al Secondo congresso dell’Internazionale Comunista, nel luglio-agosto 1920. Rappresentavano vari gruppi comunisti e sindacalisti rivoluzionari già coinvolti nelle discussioni per la formazione del Communist Party of Great Britain (CPGB).

Tra questi figuravano Tom Quelch e William McLaine del British Socialist Party, Sylvia Pankhurst dell’autoproclamata sezione britannica della Terza Internazionale, nonché Jack Tanner, Willie Gallacher e J. T. Murphy del movimento dei delegati sindacali (shop stewards) e dei comitati dei lavoratori (workers committee). Questi delegati furono determinanti nel dibattito sulle 21 condizioni per l’ammissione di un partito al Comintern e nell’accettare la proposta di Lenin che il CPGB chiedesse l’affiliazione al Partito Laburista. Sempre nel 1921 il CPGB istituì una commissione (guidata da Harry Pollitt e R. Palme Dutt) per riorganizzarsi secondo “linee bolsceviche”, compresa la direzione da parte del partito dell’attività sindacale dei propri membri.

I rappresentanti dei delegati sindacali, Gallacher e Tanner, erano inizialmente ostili all’istruzione del congresso di lavorare nei sindacati di massa e di conquistarli a un’Internazionale comunista dei sindacati, sebbene Lenin riuscì a convincerli dopo il congresso. Parteciparono alla formazione dell’Internazionale Sindacale Rossa, fondata l’anno successivo.

Il CPGB e l’ufficio britannico dell’Internazionale Sindacale Rossa lanciarono una campagna intitolata “‘Back to the Unions – Stop the Retreat” (Ritorno ai sindacati – Fermare la ritirata) in occasione di una conferenza tenutasi a Londra nel settembre 1922. Vi parteciparono oltre 300 delegati e fu proclamato l’obiettivo di fermare i continui tagli salariali e l’aumento dell’orario di lavoro. Si promosse inoltre la riorganizzazione dei sindacati a livello di posto di lavoro per rafforzare il potere della base, aprendo la strada alla fondazione del National Minority Movement (NMM) nel gennaio 1924. In questo, l’influenza del partito comunista tra i minatori, in particolare nel Galles del Sud e in Scozia, giocò un grande ruolo.

(continua)

Note (del traduttore):

(1) Uno dei sindacati maggiormente rappresentativi in Gran Bretagna. Sharon Graham ne è segretaria generale dal 2021, eletta su impulso di un’area minoritaria della sinistra interna di Unite.

(2) Il National Minority Movement fu l’organizzazione di cui si dotò il Partito Comunista di Gran Bretagna per il suo lavoro all’interno dei sindacati. Il suo obiettivo era quello di organizzare i lavoratori rivoluzionari (anche i non iscritti al partito comunista) all’interno dei sindacati, senza creare un “sindacato comunista” separato.

(3) Movimenti di militanti di base e di rappresentanti sindacali (shop stewards), sorti durante la Prima guerra mondiale per contrastare le direttive governative di “militarizzazione” dell’economia, che prevedevano tra l’altro una forte limitazione – se non una sospensione – dei diritti sindacali sui posti di lavoro.

(4) Nei primi anni, l’ingresso nel Partito Laburista era possibile solamente per le organizzazioni, non per i singoli. Cioè era possibile far parte del Partito Laburista solo se si apparteneva a un’organizzazione – sindacale, associativa o “partitica” – affiliata ad esso, cioè federata ad altre organizzazioni che costituivano il partito. L’affiliazione di organizzazioni ai partiti fu una caratteristica comune e diffusa dei partiti socialisti (e fino a un certo punto anche dei partiti comunisti) anche dopo la Prima guerra mondiale.

(5) L’Indipendent Labour Party (Partito Laburista Indipendente) fu fondato nel 1893, e partecipò alla fondazione del Partito Laburista nel 1906, del quale fu affiliato (vedi nota 4) fino al 1932.