Partito Comunista dei Lavoratori – sezione di Roma
Quanto è successo lo scorso mercoledì notte allo Spin Time non è una questione di agibilità degli edifici, e va detto subito con chiarezza.
Un principio d’incendio in un locale tecnico, verso le 22.30. Le fiamme spente dagli abitanti stessi, il palazzo evacuato in autonomia in pochi minuti: quattrocento persone, novanta delle quali minori, nessun ferito. Chi da tredici anni racconta quello stabile come una polveriera dovrebbe spiegare come mai la comunità che ci vive si sia dimostrata più rapida e più efficiente di qualunque piano di sicurezza redatto da un fondo immobiliare.
Alle fiamme è seguita la dichiarazione di inagibilità, poi il doppio sequestro, i cancelli sbarrati, i blindati del reparto mobile. Quattrocento persone in mezzo alla strada, tra loro novanta minori, anziani e malati; e la denuncia degli abitanti, che raccontano di porte di appartamenti forzate durante i sopralluoghi benché le chiavi fossero state consegnate. In cambio, le brandine della protezione civile. Non chiamiamolo provvedimento tecnico: è lo sgombero che il Viminale minaccia da anni, eseguito con l’alibi di una perizia.
La destra non ha perso un’ora. Il presidente della Regione Rocca ha stabilito che gli abitanti non devono rientrare perché l’occupazione è inaccettabile; il vicesegretario della Lega Durigon ha chiesto al prefetto di tutelare la legalità; l’assessora regionale Baldassarre ha rimproverato al Comune di avere tollerato troppo a lungo. In questo sono perfettamente coerenti: fanno il mestiere per cui la rendita immobiliare li ha mandati in Parlamento e alla Regione. È la stessa linea che nel 2025 ha prodotto gli sgomberi del Leoncavallo e di Askatasuna.
Ma fermarsi a denunciare la destra sarebbe comodo e falso. Quel palazzo era la sede dell’INPDAP: patrimonio previdenziale costruito con i contributi di chi lavora, conferito al Fondo Immobili Pubblici e consegnato alla gestione di Investire Sgr. Una svendita che destra e centrosinistra hanno praticato a staffetta per vent’anni, e senza la quale oggi non ci sarebbe nessuna “proprietà” da difendere. Chi ha occupato nel 2013 non ha sottratto niente a nessuno: ha ripreso ciò che ai lavoratori era già stato tolto una volta.
Il 18 dicembre scorso il tribunale civile di Roma ha condannato il Ministero dell’Interno a versare al fondo proprietario ventuno milioni e centottantaduemila euro per non avere sgomberato, più un indennizzo di quasi duecentosettemila euro al mese fino alla riconsegna dell’edificio. Vale la pena soffermarsi su quelle cifre. Nella contabilità dello Stato borghese il danno da risarcire non è la vita di quattrocento proletari lasciati senza tetto, ma il profitto mancato di una società di gestione del risparmio, alla quale lo Stato paga duecentomila euro al mese di affitto figurato finché quelle famiglie restano dove sono. Non serve altro per capire di chi sia lo Stato e a che cosa serva la sua legalità.
Quanto alla giunta capitolina, l’assessore Zevi si è presentato davanti allo stabile, all’assemblea degli abitanti, a dire che l’esperienza dello Spin Time va salvaguardata e che l’obiettivo di Roma Capitale sarebbe trasformare l’immobile in case popolari come è stato fatto a Porto Fluviale, ma che su questo serve l’accordo della proprietà. È il punto morto in cui finisce sempre il riformismo campolarghista: la solidarietà a parole, l’ultima parola al proprietario. Chi non è disposto a espropriare la rendita non risolve la questione della casa, la amministra: con le graduatorie eterne dell’edilizia popolare, con gli affitti che divorano metà del salario, con le brandine quando prende fuoco qualcosa.
Rivendichiamo il rientro immediato degli abitanti, con verifiche tecniche pubbliche e a carico dello Stato. Nessuno sgombero senza una casa vera per ogni nucleo famigliare. Esproprio dell’immobile senza indennizzo alla proprietà e la sua destinazione a edilizia popolare gestita dalle assemblee di chi ci abita. Requisizione degli alloggi sfitti di fondi e banche. Blocco degli sfratti e degli sgomberi.
Esprimiamo la nostra piena solidarietà agli abitanti dello Spin Time, alle quattrocento persone lasciate in strada e a chi in questi giorni si sta stringendo attorno a loro. E diciamo, a chi si affida ai ricorsi e alle mediazioni, che da quel terreno non verrà nulla: quel cancello lo ha chiuso una decisione politica presa nell’interesse della proprietà, e nessun tribunale lo riaprirà. Lo riaprirà la mobilitazione degli abitanti e dei lavoratori che sapranno unirsi alla loro lotta. La casa, come il salario, non si ottiene domandandola allo Stato dei padroni: si strappa costruendo la forza organizzata della nostra classe, e con essa la prospettiva di un governo delle lavoratrici e dei lavoratori.


