Ecoefficienza o ecoefficacia? I rivoluzionari principi ecologici per l’economia dell’avvenire
L.M.
«Ridurre, Riutilizzare, Riciclare e Recuperare» (alcuni aggiungono anche «Riparare»): sono le famose 4R, i principi cardine dell’ecoefficienza, quelli su cui il capitalismo tenta di incardinare il suo futuro, in nome della salvaguardia ambientale del pianeta. Indubbiamente, se misurati sull’entità del problema, i risultati finora son stati modesti per non dire ampiamente insufficienti. Se la cura delle 4R non è stata il successo che la propaganda borghese si aspettava, non è semplicemente per il tentativo di padroni e paesi, specie quelli imperialisti, di aggirarle e scaricarle su quelli subimperialisti, ma perché le 4R sono il modo radicalmente sbagliato di affrontare il problema. Così almeno sostengono – e il socialismo con loro! – William McDonough e Michael Braungart nel loro rivoluzionario libro Cradle to Cradle,
il cui acronimo C2C è anche un marchio di certificazione (in Italia il testo è tradotto con Dalla Culla alla Culla, pubblicato nel 2003 da Blu Edizioni). Oggi lo prendiamo in esame, per vederne potenza e limiti in chiave socialista, marxista e rivoluzionaria. Esiste anche un seguito, The Upcycle: Beyond Sustainability – Designing for Abundance, non ancora tradotto in italiano, perciò lo lasciamo a chi ha migliori conoscenze linguistiche di chi scrive…
IL FALLIMENTO DELLE 4R
Secondo gli autori, il guaio della riduzione della produzione, dei rifiuti, dei gas serra, è che porta perlopiù e nel migliore dei casi a un rallentamento del problema. Ne segue che alla fine conseguiremo lo stesso disastro ambientale, solo ritardandolo un po’. Non è una vera soluzione ma solo un temporaneo e limitato tampone. Il caso degli inceneritori dimostra in maniera lampante proprio questo. Quelli di ultima generazione, inquinano indubbiamente meno, ma continuano a inquinare. Il cambio ipocrita del nome, da inceneritori a termovalorizzatori, è già una spia dell’incapacità a risolvere il problema e serve a coprire proprio questo fatto e cioè che sia come inceneritori sia come termovalorizzatori sono un danno ecologico. Rallegrarsi della riduzione fa dimenticare il problema complementare del cosiddetto “effetto accumulo”: «quello che viene emesso potrà essere una quantità considerata ragionevole, ma nel tempo ha ugualmente effetti negativi sull’ambiente circostante», spiega Janek Vähk, coordinatore del programma per il clima, l’energia e l’inquinamento atmosferico di Zero Waste Europe. Essersi concentrati sugli esseri umani, inoltre, ha fatto dimenticare l’ambiente circostante. Se prendiamo per buona la forzatura che per gli esseri umani il rischio sia poca cosa, visto che ormai un inceneritore di ultima generazione emette circa 10-20 mg/Nm3 di Nox (ossido di azoto) e meno di 5 mg/Nm3 di particolato, cifra in fondo modesta, non così per il resto dell’ambiente. Se si analizzano gli aghi di pino vicino ai termovalorizzatori di ultima generazione, si troverà che gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA), sono in misura 87 volte superiore a dove non ci sono. Le uova di allevamenti vicino ai termovalorizzatori, superano i limiti definiti dalla UE per la sicurezza alimentare, tanto che a Madrid hanno vietato allevamenti a ridosso di termovalorizzatori.
Oltre all’effetto accumulo, c’è quello che potremmo chiamare “effetto proporzionale”. Rallegrarsi della riduzione delle emissioni, non ha molto senso, quando si aumentano le quantità di rifiuti. In molti casi alla fine le emissioni sono costanti, perché per una riduzione sensibile per tonnellata di rifiuti, c’è la moltiplicazione della quantità di rifiuti. In Italia si è passati da circa 1,8 milioni di tonnellate di rifiuti del 1990 a circa 6 milioni del 2021 (dati ISPRA). Se nel 1990 la percentuale di gas serra nel settore rifiuti non superava il 4% del totale, oggi arriva quasi al 5%. In compenso si è un po’ migliorati in termini assoluti, passando da oltre 500000 chilotonnellate emesse di anidride carbonica a poco più di 400000. Se si pensa che il Protocollo di Kyoto chiedeva in 5 anni, 2008-2012, di ridurre del 5,2% le emissioni, a fronte di una necessità stimata tra il 60-80%, si capisce che in quasi 40 anni è cambiato poco o niente. E quel che vale per l’Italia vale più o meno, e in molti casi pure peggio, per gli altri paesi, con l’eccezione parziale dei soliti paesi scandinavi.
Separare in compartimenti stagni le misurazioni, non aiuta nemmeno a comprendere la complessità del problema. Le misurazioni sui termovalorizzatori, tagliano fuori, di norma, un certo numero di agenti nocivi che non vengono considerati: «composti poli e perfluorurati e diossine bromurate restano fuori dai radar» (Zero Waste Europe). Alla stessa maniera non viene calcolato l’aumento del giro di camion che ruota attorno all’impianto. I termovalorizzatori sono anche un disincentivo al riciclo. Viceversa incentivano la perdita di grosse quantità di materiali che potrebbero essere recuperati e che invece vanno persi per sempre. Producono anche energia superflua, visto che nei fatti, presi a sé, si riducono ad estrarre materiali per bruciarli e produrre energia, quando il sole, il vento e la terra potrebbero fare la stessa cosa senza bisogno di termovalorizzare niente. Infine, c’è il problema dello smaltimento delle ceneri. Una volta bruciati, resta un 20-30% dei rifiuti trasformati in cenere. In pratica poco meno di un terzo, a fronte di una massa totale dei rifiuti cresciuta di oltre tre volte. Neanche a farlo apposta, siamo tornati più o meno al punto di partenza, con normali rifiuti trasformati ora in ceneri, cioè in rifiuti speciali che necessitano di uno specifico trattamento e non possono essere semplicemente sotterrati.
Senza farla tanto lunga, prima che si addormentino i miei quattro lettori, e senza nemmeno voler negare a tutti i costi i progressi, possiamo ragionevolmente dire che nella migliore delle ipotesi, si è semplicemente rallentato un po’ il processo di inquinamento, ma non si è invertita la direzione, anche se coi vecchi inceneritori la situazione sarebbe stata di gran lunga peggiore. È come se si fosse spostato al 2100, un danno che senza neanche questi interventi riduttivi, sarebbe stato totale e stratosferico già oggi nel 2026.
Analoghi discorsi si possono fare per il riciclaggio che è innanzitutto e per lo più un subciclaggio, cioè un riutilizzo per cose di qualità inferiore. Questo vale specialmente per la plastica, che una volta riciclata perde molto della sua qualità. Quindi o viene migliorata con altra nuova plastica o è destinata a prodotti minori. Riciclare, inoltre, non sempre è un bene. Se con la plastica riciclata ci faccio vestiti, ma questa plastica riciclata contiene ad esempio l’antimonio, nocivo per la pelle, il riciclo diventa peggio del rifiuto, perché in pratica raddoppia il danno. Il problema del riciclo è che non è davvero circolare, ma sembra più una spirale infinita che ad ogni ciclo aggiunge una quantità nuova, per quanto piccola possa essere, di plastica e del danno. Qui non vale nemmeno la migliore delle ipotesi, quella dell’effetto accumulo. Infatti, il Sole24Ore, sulla base dei dati pubblicati da Global Plastics Outlook dell’OECD (OCSE per noi) stima che in 40 anni «l’uso di plastica triplicherà dal 2019 al 2060, passando dai 460 milioni di tonnellate a 1,3 miliardi. Per avere un parametro, nel 1950 si producevano 1,5 milioni di tonnellate di plastica nel mondo». E ancora: «Se nel 1980 i paesi OCSE usavano l’87% della plastica prodotta a livello globale, il Medio Oriente e l’Africa un misero 5% e le economie emergenti come la Cina l’1%, oggi la situazione è ribaltata: i paesi OCSE consumano il 46% della plastica, India e Cina il 35%. Nel 2060 si stima che i paesi non OCSE consumeranno il 64% della plastica prodotta a livello mondiale, trainati dalla Cina».
La mole è così enorme che pure gli idolatri del commercio del Sole24ore hanno dei dubbi sui favolosi effetti del riciclo/subciclo: «riciclare di più potrebbe migliorare sensibilmente le cose? Insomma (corsivo nostro, nda). Secondo le stime OECD, la quantità di emissioni di gas serra evitate riciclando la plastica e producendone quindi di nuova, dipende dal tipo di polimero, anzitutto. La plastica – i polimeri che la costituiscono – non sono tutti uguali. Il problema rispetto al riciclaggio è che secondo i Baseline scenario, nel 2060 continueranno a dominare la scena le plastiche costituite da materiali fossili non riciclabili. Senza policies diverse nel 2060 la metà della plastica finirà comunque in discarica. Il riciclo della plastica è possibile, ma non è certo prassi in tutti i paesi del mondo come lo è (quasi ovunque) in Italia, dove siamo a 1 milione di tonnellate di plastica riciclate l’anno. Oggi in Europa quasi un terzo dei rifiuti in plastica viene riciclato (dato 2018 dell’Europarlamento). Una così piccola percentuale di riciclaggio di plastica in Europa – si legge – implica grosse perdite sia per l’economia che per l’ambiente. Si stima che il 95% del valore dei materiali per imballaggio di plastica si perda nell’economia dopo un ciclo di primo utilizzo molto breve».
Conti alla mano: «si stima che nel 2019 siano state immesse nell’atmosfera oltre 850 milioni di tonnellate di gas serra per la produzione e l’incenerimento della plastica, che se continuiamo in questo modo potrebbero diventare 2,8 miliardi di tonnellate entro il 2050». Se si conta anche il ciclo e riciclo e subciclo: «Le emissioni dovute al ciclo di vita della plastica raddoppieranno, passando da 1,8 Gt di CO2 equivalente del 2019 alle 4,3 Gt di CO2 equivalente del 2060, che significa che se nel 2019 rappresentavano il 3,7% del totale delle emissioni di gas serra a livello mondiale, nel 2060 costituiranno il 4,5% delle emissioni».
Il danno aereo non è meno doloroso di quello terrestre o acquatico: «non da ultimo [c’è] il problema enorme del Plastic leakage, cioè delle microplastiche che vengono immesse nell’ambiente, in special modo nelle acque, senza controllo e dunque senza possibilità di cattura e riciclo. Chiaramente questo fenomeno non è facilmente misurabile. Le stime, basate su ricerche accademiche, parlano di un raddoppio della quantità di plastica immessa nell’ambiente (da 22 a 44 milioni di tonnellate), emissioni pari a 2 Mt di CO2 equivalente l’anno di metano».
Quanto alle soluzioni, sono demandate al dio del mercato, in questo caso al dio del petrolio: «Secondo gli esperti (sic! nda), un potere enorme nella riduzione delle emissioni dovute alla produzione di plastica lo giocano i prezzi dei combustibili fossili. Se cresceranno sarà un bene. In uno scenario dove i prezzi dovessero rimanere bassi – il 15% inferiori allo scenario attuale – le emissioni dovrebbero crescere del 2,4% rispetto allo scenario Baseline (se non si facesse nulla). Questo perché si produrrebbe di meno e quindi si produrrebbero meno emissioni. La plastica costerebbe di meno e la domanda crescerebbe. Se invece i prezzi dei combustibili fossili aumentassero, si avrebbero meno emissioni (115 Mt di CO2 equivalente nel 2060), con il 2,7% in meno di emissioni».
Dopo la morte di Dio annunciata da Zarathustra in versione nietzschiana, solo la morte del dio del petrolio, potrebbe rendere meno conveniente usare la plastica. Immaginiamo però che alla sola idea di perdere un cent bucato dalla fine del petrolio, i maghi del Sole24Ore saranno impegnati da qui al 2060 in “rosarioni” e messe cantate perché sopravviva il più a lungo possibile. È noto infatti che al solo pensiero di perdere un qualunque introito di qualunque tipo, padroni e loro tappezzeria quotidiana si sentono soffocare manco avessero ingerito tutta quella montagna di plastica.
Lasciata alle preghiere, la soluzione più realistica appare il sinistro guadagno di un nuovo continente di plastica in mezzo all’oceano, a fronte dello scioglimento del Polo Artico. Se già oggi il Pacific Trash Vortex, la pattumiera di plastica galleggiante tra le Americhe e l’Asia, è grande come la Penisola Iberica o come gli Stati Uniti a seconda del calcolo dei confini, nel 2060 possiamo tranquillamente immaginare che avremo una nuova riedizione dello stretto di Bering, geograficamente più a sud, tutto in plastica e molto, molto più lungo, il quale unirà le due sponde del Pacifico. È l’ultimo stadio evolutivo della deriva dei continenti: la deriva di merda dei continenti…
Non ci dilunghiamo sui tanti altri esempi che gli autori fanno, per illustrare i limiti delle 4R, perché non fanno altro che mostrare sempre la stessa identica non-soluzione: lo spostamento nel tempo del danno. Il problema di fondo delle 4R è che quella che potremmo chiamare la quinta “R”, cioè la Regolamentazione, quella che dovrebbe tenerle insieme tutte, coordinandole, arriva quasi sempre a posteriori, e si presenta tutto sommato come una «licenza di danneggiare», purché sia fatto il meno possibile e in maniera “ragionevole”. L’ambiente naturale però non si altera e modifica in maniera ragionevole o irragionevole, ma in maniera ecologica o non ecologica, almeno per chi ci deve vivere dentro.
La filosofia delle 4R non è che il perfezionamento e l’ottimizzazione del paradigma attuale della produzione capitalistica: «produrre di più con meno». È questo, in sintesi, il vero significato dell’ecoefficienza, e bisogna dire che fin dal primo giorno in cui si è presentato al (suo) mercato, il capitalismo ha sempre tentato di «produrre di più con meno». Su scala storica, il disastro ambientale attuale, è figlio proprio dell’ecoefficienza capitalistica, non della sua mancata applicazione. Se oggi si è passati da un’ecoefficienza istintiva dei pionieri capitalistici, quasi tutta incentrata sul lato economico produttivo, a quella attuale che potremmo chiamare un’ecoefficienza più studiata, ragionata, perfezionata e allargata anche all’ambiente, non cambia il fatto che dalle centrali a carbone a quelle nucleari, dal fordismo al toyotismo, sempre di ecoefficienza si tratta. La riprova è che sono stati proprio gli industriali a proporla, quando dalla pubblicazione nel 1972 de I limiti dello sviluppo del Club di Roma, si passò vent’anni dopo alla Dichiarazione di Rio de Janeiro a proporre i primi rimedi delle 4R. Non si trattava di sfiduciare l’industrializzazione capitalistica, poiché «l’industria si sarebbe riscattata senza cambiare in modo significativo la sua struttura e senza compromettere il suo interesse esclusivo per il profitto». Nel linguaggio della nostra dialettica: un mutamento graduale quantitativo per nessun salto qualitativo di paradigma. Nel linguaggio della borghesia, sviluppo sostenibile e riduzione progressiva dei danni, purché non si tocchi il capitalismo. Da allora, la traduzione filosofica e ideologica della prassi capitalistica, si è incarnata nelle 4R, come cornice naturale del sedicente “sviluppo sostenibile”. La propaganda ha fatto il resto per sensibilizzare la popolazione e oggi almeno si può dire che è difficile trovare qualcuno, se non tra i più sprovveduti e menefreghisti, che non sia consapevole di quanto sia necessario ridurre il danno ambientale. L’ecoefficienza ha vinto almeno nella coscienza epidermica del mondo e ha ottenuto anche alcuni indubbi successi, ma l’ambiente continua per lo più ad essere sull’orlo del baratro.
Non era difficile prevedere il fallimento dell’ipocrita sviluppo sostenibile. Solo cronisti della libertà, storici accademici, riformisti socialdemocratici e loro simili, vanno in estasi di fronte alle dichiarazioni di Rio, ai protocolli di Kyoto eccetera; ci vedono, per dirla col nostro Marx, la realizzazione in terra dell’Eden dei diritti umani e l’attuazione solenne delle miserie filosofiche di Jeremy Bentham! La sobrietà marxista ci va un po’ più prudente e se la ride sotto i baffi di tanta vuota dabbenaggine. Per fortuna non ci siamo solo noi marxisti ad avere più che fondati dubbi su tanta mistificazione.
Serge Latouche, il teorico della decrescita, nella pars destruens della sua teoria, ha smascherato bene la truffa dello sviluppo sostenibile. Si tratta di un trucco cosmetico, con cui portare avanti il solito sedicente sviluppo economico, cioè il capitalismo e il suo profitto. Le infinite declinazioni dello sviluppo, sviluppo sociale, sviluppo umano, sviluppo locale, sviluppo alternativo, vero sviluppo, sono la certificazione di un problema che il capitalismo non sa risolvere, se non a parole, queste trovano la loro sintesi più vuota nell’espressione sviluppo sostenibile o durevole. Si tratta ovviamente di un ossimoro, perché il capitalismo è durevole solo finché dura la borghesia a scapito del proletariato, non nel senso che può includere tutti come pretenderebbe lo sviluppo sostenibile. Lo sviluppo capitalistico non è sostenibile per niente o, che è lo stesso, sostiene solo la borghesia a scapito di tutti gli altri, proletari e ambiente innanzitutto. Tuttavia, è grazie a questa mistificazione ideologica che hanno potuto nascere le varie dichiarazioni, le carte, i protocolli e le infinite declinazioni dello sviluppo. Naturalmente come dice Latouche cerchereste invano in questi testi e protocolli «l’ombra di una critica dei meccanismi di mercato mondiale e del libero scambio» (Serge Latouche, Come sopravvivere allo sviluppo). Anzi è proprio nel mercato e nei suoi meccanismi che lo sviluppo sostenibile vede la soluzione ai problemi creati dal capitalismo. Infatti, il muro ideologico dello sviluppo sostenibile, ogni tanto mostra una crepa dalla quale trapela la vera soluzione su base capitalistica che gli ideologi borghesi hanno in mente: una crescita indefinita e più o meno illimitata, l’unica che possa tenere insieme sud e nord, poveri e ricchi, borghesi e proletari, ambiente e profitto. Per gli ideologi dello sviluppo la crescita sostenuta porta il cosiddetto “trickle down effect”, cioè l’effetto ricaduta. Se la crescita è forte, dicono, anche i poveri ci guadagnano. È il concetto marxiano di allargamento del capitale, solo involgarito. Quanto più largo si fa il giro del capitale, quanto più scoppiano le tavole imbandite dei borghesi, tanto più grasse sono le briciole che cadono dalla tovaglia per proletari e paesi in via di sottoproletarizzazione, i quali dovrebbero essere felici nonostante il rapporto tra loro e i borghesi, passerebbe nella migliore delle ipotesi da 1 a 10 a 2 a 100 e così via. È l’effetto ricaduta nel rimbambimento completo che sognano per noi i padroni del vapore…
Questa crescita infinita si è anche provato a quantificarla. È nato così, nel 1991, patrocinato dall’OCSE, Objectif 10%, un rapporto che illustrava praticamente come raggiungere l’eden dello sviluppo sostenibile non solo a chiacchiere: «perché un tale ritmo? Perché è già necessario dal 2 al 3 per cento per scongiurare la stagnazione e compensare l’aumento demografico. Inoltre, è necessario un altro 4 per cento per migliorare il livello di vita e ancora un 3 per cento per ridurre la sottooccupazione». Naturalmente tutto questo, per essere perfetto, va raggiunto col corredo delle 4R, perché soltanto con la crescita economica, raggiungerebbe al massimo la piena occupazione.
È una crescita, quella del 10%, da trentennio keynesiano glorioso. Una crescita che non tiene conto, né delle crisi cicliche del capitale, che sono notoriamente un errore per l’analisi economica volgare e non un suo fatto fisiologico, né del fatto che la pianta capitalistica avrebbe bisogno di una crescita esponenziale per mantenere tutti, a fronte di una crescita reale la cui tendenza storica è asintotica verso lo zero. Se nel 1991 ci voleva il 10%, oggi probabilmente ci va il 15%. Perché? Perché la caduta tendenziale del saggio di profitto, comporta che capitali sempre più grossi scambino una parte sempre più piccola di sé stessi con la forza-lavoro. Di qui la necessità, se si vuole sostenere tutti, di una crescita sempre maggiore ad ogni ciclo. Se era già impossibile nel 1991, figuriamoci oggi che il capitalismo è entrato nell’era della sua grande stagnazione, dalla quale è molto difficile possa uscire. A meno di profondi scossoni quali guerre nucleari e mondiali. Il capitalismo ha raggiunto i suoi limiti storici e, se non verrà abbattuto, continuerà a crescere ma con sempre maggiore difficoltà e a un prezzo sempre maggiore in termini sociali ed ambientali, non il contrario.
L’impossibilità di una crescita siffatta, l’unica che avrebbe potuto mettere una pezza ai mali del mondo borghese, si è tradotta nella bancarotta dell’Agenda 2030. L’Agenda 2030 condensa tutte le fesserie e le chiacchiere pompose sullo sviluppo sostenibile, sociale, ambientale, ecologico eccetera. Non diciamo che la borghesia non abbia fatto niente per provare a risolvere i problemi, diciamo che volendo farlo senza toccare un grammo di profitto e senza torcere un capello al capitalismo, i risultati non potevano essere molto diversi.
Chiudiamo quindi il capitolo con alcuni dati significativi dell’Agenda 2030 che illustrano meglio di qualunque altra cosa, i miseri risultati dello sviluppo sostenibile e delle 4R. Qui salutiamo anche Serge Latouche, poiché anche se è utilissimo nella pars destruens, è un vero disastro nella pars costruens e, se ci addentrassimo nelle sue proposte, diventeremmo anche noi paladini dello sviluppo sostenibile. Se questo infatti è vacuo, la decrescita di Latouche è addirittura eterea.
Così recita il “punto sullo stato di attuazione” del Governo Italiano: «l’Agenda 2030, adottata nel 2015 da 193 Stati membri delle Nazioni Unite, rappresenta un piano d’azione globale ambizioso per sradicare la povertà, proteggere il pianeta e garantire prosperità per tutti entro il 2030. Questo piano si articola in 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals, SDG), suddivisi in 169 target e 231 indicatori unici, coprendo ambiti quali povertà, fame, salute, istruzione, uguaglianza di genere, acqua pulita, energia pulita, lavoro dignitoso, innovazione, riduzione delle disuguaglianze, città sostenibili, consumo responsabile, azione per il clima, vita marina e terrestre, pace e giustizia e partenariati globali».
Abbiamo già visto nel Protocollo di Kyoto, che l’ambizione di cui parlano i borghesi farebbe vergognare un bradipo, tanto sono minimi gli obbiettivi che vengono prefissati, al netto di qualcuno. Comunque il risultato di tanta ambizione si traduce così: «solo il 17% dei target degli SDG è sulla buona strada per essere raggiunto entro il 2030, il che quindi non induce all’ottimismo». E ancora: «almeno i due terzi dei traguardi degli SDG non saranno raggiunti senza un adeguato impegno». Vediamo comunque nel dettaglio qualcuno di questi mancati obiettivi.
Fame zero (rientra nel patetico sviluppo umano): «Il 70% dei target registra un regresso. Dopo un forte aumento a seguito della pandemia da Covid-19, la fame si è stabilizzata a livello mondiale intorno al 9,2% della popolazione dal 2021 al 2022. Tra 691 e 783 milioni di persone hanno affrontato la fame nel 2022. Ben 122 milioni di persone in più hanno sofferto la fame rispetto al 2019, quando la prevalenza era del 7,9%. Inoltre, si stima che il 29,6% della popolazione mondiale – 2,4 miliardi di persone – abbia vissuto in condizioni di insicurezza alimentare moderata o grave nel 2022».
Qui, una nota più o meno senza senso, aggiunge: «la soglia di povertà estrema a livello internazionale è stata periodicamente aggiornata dalla Banca mondiale che stima, sulla base di numerose indagini campionarie, la popolazione che vive al di sotto di una soglia che deve riflettere il costo della vita, aumentato negli anni con l’inflazione, e i bisogni di base nei diversi Paesi. Per questa ragione, nel settembre 2022, la cifra su cui è fissata questa soglia di povertà è passata da 1,90 dollari a 2,15 dollari (attraverso un metodo di calcolo definito come parità dei poteri d’acquisto e sulla base di dollari internazionali)».
La nota veramente sensata la aggiungiamo noi. Per anni Banca mondiale e loro profeti ci hanno spacciato la proletarizzazione del mondo per calo della povertà. Dal 1970 a prima del Covid, il numero di persone che vive in condizioni di povertà estrema, coi loro calcoli borghesi, è diminuito drasticamente. Nel 1981, circa il 42% della popolazione mondiale viveva con meno di 1,90 dollari al giorno (il dato di allora che certificava la fame, la popolazione mondiale era di 4 miliardi e mezzo). Quasi il 50% però faceva il contadino, aveva cioè un’economia non solo monetaria. Il passaggio da contadino a proletario, cioè da un’economia parzialmente naturale a una esclusivamente monetaria, come spiegava Marx, non è immediatamente un progresso, anzi si manifesta in principio come un declassamento. Infatti, prendere un dollaro in più ma avere un chilo di grano e due galline in meno, significa essere più povero, non più ricco. Contando solo i soldi, col loro cervello mai uscito dai “caveau”, i banchieri mondiali non ci arrivano e da anni si baloccano su quale sia la cifra che possa più o meno nascondere la povertà estrema. Sia come sia, tra uno o due dollari al giorno, non cambia il fatto che oggi più di ieri, più di mezzo mondo di salariati precari si aggiri tra la fame e dintorni in qualche bidonville apparecchiata per lo loro dallo sviluppo sostenibile delle banche. Stando infatti ai loro calcoli, più di tre miliardi di persone fa il morto di fame o il pezzente, e appena sopra non crediamo ci sia il paradiso terrestre, ma forse solo qualche crampo in meno allo stomaco. Insomma 4 miliardi di persone come minimo, l’intera popolazione mondiale degli anni ’80, vive nel cinismo ipocrita delle statistiche dei borghesi. E quand’anche ne siano venuti fuori, non è certo per lo sviluppo del capitalismo, ma per le lotte che hanno fatto contro migliorando la loro sorte.
Veniamo ora a lavoro dignitoso e crescita economica (rientra nel sedicente sviluppo sociale): «Nel 2023, oltre 2 miliardi di lavoratori a livello globale erano impiegati informalmente, rappresentando il 58,0% della forza lavoro globale». Lavoro informale è ovviamente eufemismo per lavoro in nero, senza diritti, doppiamente sfruttato, ricattato e precario. Non male comunque per una classe operaia che stando a qualcuno sarebbe scomparsa! Si vede che per esistere, per qualcuno, deve avere un contratto.
Consumo e produzione responsabili (sviluppo ambientale): «Il 60% dei target registra un regresso, […] il consumo annuo dell’insieme dei materiali estratti o importati e trasformati (Domestic Material Consumption, DMC) e la cosiddetta impronta che misura la quantità totale di materie prime – biomasse, minerali metalliferi, minerali non metalliferi e combustibili fossili – estratte per soddisfare la domanda interna del sistema economico (Material Footprint, MF) continuano ad aumentare […] Nel 2022, la generazione di rifiuti elettronici è aumentata a 7,8 kg pro capite da 6,2 kg pro capite nel 2015, ma solo 1,7 kg pro capite è stato gestito correttamente. Dal 2015 al 2022, infatti, il DMC è aumentato del 5,8% e l’MF è cresciuta del 6,8%, con grandi disparità regionali: Europa e Nord America, Asia orientale e sudorientale, Nord Africa e Asia occidentale sono le regioni maggiormente ‘responsabili’».
Acqua pulita e igiene (mettetelo dove volete!) – Il rapporto parla di buoni risultati: «l’accesso all’acqua potabile sicura è aumentato dal 69% nel 2015 al 73% nel 2022, mentre l’accesso a servizi igienici sicuri è cresciuto dal 49% al 57% nello stesso periodo». Si noti che stiamo parlando di cose minime, un cesso decente e acqua potabile. Eppure, se andiamo a vedere dietro i presunti buoni risultati, scopriamo che ancora non consentono a oltre 2 miliardi di persone di bere acqua potabile e a 4 miliardi di defecare decentemente. È il colmo del capitalismo: aver ridotto il mondo a un cesso, e non sapere darne manco mezzo a chi ci deve vivere dentro! Il tutto in piena rivoluzione pirotecnica da intelligenza artificiale.
Oltre all’acqua e all’igiene anche la mortalità infantile ha fatto progressi cioè è in calo. Dai 6 milioni di decessi del 2015 ai 4 milioni e mezzo del 2022. Successi anche nell’innovazione e nelle infrastrutture, anche se dovremmo domandare agli “esperti” per quale ragione tutto ciò dovrebbe andare a vantaggio dei miserabili e non dei padroni, i quali innovano, quando innovano, per innalzare il profitto, non per il bene “infrastrutturale” del mondo. Infine, abbiamo una crescita positiva delle “energie rinnovabili” passate dal 10,5% del 2015 al 12,5% dell’intera energia consumata. Il dato è ancora più significativo se si pensa che solo nell’ultimo anno, il 2024, il fotovoltaico è cresciuto del 29%. In Cina, che traina il boom, sono stati installati tra 309 GW e 357 GW in un solo anno, pari a circa il 59% del mercato globale annuale. La capacità cumulata cinese ha così raggiunto un valore compreso tra 958 GW e oltre 1.048 GW. Tra il 2025 e il 2026, la Cina produrrà il 50-60% della sua energia da fonti rinnovabili.
I progressi si fermano qui, tutto il resto è un disastro, anche disaggregando i dati. Basti solo dire che se i paesi scandinavi brillano rispetto agli altri, gli indicatori che più interessano ai proletari, fame zero e lavoro dignitoso, «non hanno ancora raggiunto il valore auspicabile del colore verde in nessun Paese». Game over.
Si noti che per ottenere tutto questo brillante successo su scala mondiale, «sebbene gli Aiuti pubblici allo sviluppo (APS) abbiano raggiunto un nuovo massimo di 214,4 miliardi di dollari nel 2023 […] e i flussi di Investimenti diretti esteri (IDE) abbiano raggiunto 1.370 miliardi di dollari, i flussi di IDE verso i PVS sono diminuiti del 9% nel 2023, scendendo a 841 miliardi di dollari secondo il Global Investment Trends Monitor dell’UNCTAD pubblicato nel 2024, il totale dei contributi per lo sviluppo sostenibile ai PVS è diminuito nel 2022 e i livelli di debito estero, pur essendo leggermente diminuiti, rimangono eccezionalmente alti. Il divario di investimento annuale per i Paesi in via di sviluppo per raggiungere gli SDG è stimato dalle Nazioni Unte pari a 4.000 miliardi di dollari». Scontato aggiungere che quelli chiamati aiuti pubblici allo sviluppo, sono in realtà i soldi a fondo perduto elargiti alle multinazionali private e scaricati sul debito pubblico dei soli proletari. Meno scontato è invece che questa pioggia di soldi ai miliardari debba registrare che «i finanziamenti pubblici a supporto della produzione e del consumo di combustibili fossili sono più che triplicati dal 2015, ostacolando la transizione verso emissioni nette zero. I sussidi ai combustibili fossili, infatti, hanno raggiunto un record di 1.530 miliardi di dollari nel 2022, invertendo la tendenza al ribasso osservata dal 2012 al 2020. L’aumento dei prezzi dell’energia post-Covid ha gonfiato questi sussidi, spingendo alcuni governi a introdurre nuove misure di supporto. Di conseguenza, i finanziamenti pubblici per la produzione e il consumo di petrolio, carbone e gas sono più che raddoppiati dal 2021 al 2022 e triplicati dal 2015, ostacolando i progressi verso la transizione a emissioni nette zero». È lo sviluppo sostenibile del petrolio: la fossilizzazione dello sviluppo sostenibile!
Il disastro è certo imputabile a un sistema, quello capitalistico, che non può eliminare lo sfruttamento, campandoci sopra. Ma a livello ambientale è dovuto soprattutto all’ecoefficienza, che non cambia minimamente il modo di produrre dei borghesi, il quale continua a vedere la natura come un nemico da abbattere e spolpare, più o meno rapidamente. Ed è ovvio che se il tuo paradigma prevede solo l’estrazione più o meno efficiente, i risultati non possono che essere questi.
DALL’ECOEFFICIENZA CONSERVATRICE ALL’ECOEFFICACIA RIVOLUZIONARIA
Non si tratta di denigrare o deridere quei pochi e attuali successi delle 4R, tanto meno di intralciarli. Il recente boom su scala mondiale dell’energia rinnovabile fotovoltaica va salutato come il più luminoso e promettente dei progressi ecologici per l’umanità dell’avvenire. Si tratta di comprendere il nocciolo della filosofia delle 4R, prendere atto della sua obsolescenza e procedere con una nuova prassi paradigmatica: l’ecoefficacia.
Spinta alle sue estreme finalità, l’ecoefficienza porta all’impatto zero: zero rifiuti, zero emissioni, zero «impronta ecologica». In altre parole, l’ecoefficienza è una filosofia che non va più in là del pareggio, non concepisce la vittoria sul male, perché appunto dà per scontato che il male sia ineliminabile. Come scrivono i due autori, «finché gli esseri umani saranno considerati “un male”, l’azzeramento rimarrà un buon obbiettivo. Ma limitare i danni, in fondo, significa anche accettare che le cose rimangano come sono». L’ecoefficienza ha qualcosa di millenaristico, parte dal presupposto che l’uomo sia irrimediabilmente distruttivo. Appena si accenna all’ecoefficienza, il cuore si stringe pensando subito a qualche doloroso sacrificio. Devi consumare meno acqua, emettere meno anidride carbonica, ti dicono i giudiziosi protocolli di Kyoto, devi produrre meno rifiuti, preferibilmente andare in bici o a piedi e così via; se tieni aperto un po’ troppo il rubinetto, è in agguato “Minòs” che orribilmente ringhia e ti condanna all’ultimo girone dell’Inferno facendoti sentire il peggior dei peccatori e degli irresponsabili; decrescita e neomalthusianesimo, sono tra i principali derivati di questa filosofia medioevale, intrisa di pessimismo e larvato senso di colpa. Per chi invece ha il senso dell’ironia, per quanto amara, l’ecoefficienza sembra più la figlia legittima del Chiarchiaro di Pirandello e della sua patente da jettatore. Toccare ferro, quando la si sente nominare, è la prima e più istintiva delle sue conseguenze. L’ecoefficienza, in effetti, anche a impatto massimo, cioè zero, resta una filosofia da menagrami senza speranza e certifica solo l’esaurimento del ruolo progressivo della classe borghese da cui proviene.
Come si esce da questa iattura irreversibile? Con un modello completamente diverso: «cosa succederebbe se invece fossimo “un bene” al 100%?». È questa la base della rivoluzionaria “ecoefficacia” con cui i due autori vogliono mandare in pensione l’ecoefficienza. L’inquinamento, i rifiuti, non sono un male irreversibile, ma un «errore di progettazione». La progettazione attuale, la stessa che è all’opera dall’inizio dell’era industriale, pur con l’allargamento più o meno marcato alla sensibilità ambientale, resta una progettazione lineare «dalla culla alla tomba». Le risorse «vengono estratte, trasformate in prodotti, vendute e infine eliminate, sepolte in un qualche genere di tomba, di solito una discarica o un inceneritore […] più del 90% dei materiali estratti per la fabbricazione diventa spazzatura quasi subito». E questo succede anche con il riciclo. La carta riciclata, per esempio, «deve essere decolorata e sottoposta ad altri processi chimici per ritornare bianca e poter essere riutilizzata». Nel processo una quantità enorme di vecchio e nuovo materiale va perso o ad aggiungersi all’inquinamento. Qui abbiamo un tipico esempio di errore di progettazione. La carta, infatti, come quasi ogni altra produzione del resto, non è pensata e progettata fin dall’inizio per il riutilizzo. Il riciclo, come abbiamo già visto, agisce a posteriori, come tampone e limitazione del danno assunto come paradigma ineliminabile. Ma cosa succederebbe se invece di agire alla fine e al massimo come attenuante, riciclo e riutilizzo fossero pensati e progettati fin dall’inizio col 100% dei materiali utilizzati? Succederebbe quello che è successo alla produzione del libro di McDonough e Braungart (nella versione originale, perché per l’edizione italiana non è stato possibile, essendo la progettazione “dalla culla alla culla”, ancora una progettazione d’avanguardia, non sufficientemente generalizzata all’intera filiera capitalistica). Il loro libro non ha usato alberi né cellulosa per essere prodotto, ma resine plastiche e riempitivi inorganici: «gli inchiostri sono atossici e possono essere lavati via dal polimero con un processo chimico semplice e sicuro o con un bagno di acqua caldissima […] quando i materiali non serviranno più nella loro forma attuale, l’intero volume potrà essere recuperato».
Alla base della nuova progettazione, non ci sta il pessimismo millenaristico delle 4R, ma innanzitutto l’ottimismo verso le qualità migliori dell’uomo: fantasia e creatività che vengono messe al servizio di una produzione progettata dall’inizio alla fine per essere sempre una risorsa e non un rifiuto. Il prodotto non è pensato come un corpo morto in attesa di essere seppellito, ma come un nutriente sempre vivo e utile. Gli assi su cui si incardina l’ecoefficacia sono gli «stessi principi su cui si basano i progetti (meglio direi i processi, nota mia) sorprendentemente efficaci della natura». L’unico modo, infatti, per mantenere e incrementare il benessere umano, è «imitare il sistema di flussi di nutrienti e il metabolismo altamente efficace della natura, […] in cui il concetto stesso di rifiuto non esiste».
L’esempio fatto dagli autori per spiegare l’ecoefficacia è quello del ciliegio, i cui fiori danno frutti che sfamano uomini e uccelli, i cui escrementi a loro volta nutrono il terreno e “impiantano” i noccioli casualmente ingeriti, che così replicano e moltiplicano all’infinito il ciclo. Chi mai parlerebbe, si domandano gli autori, di spreco? «L’albero di fatto produce più di quanto sia necessario al suo successo all’interno dell’ecosistema». Il ciliegio e in generale i processi biologici della natura, non sono a impatto zero, ma sopra lo zero. Hegel e Engels lo spiegavano già col chicco di grano, che prima nega sé stesso per dare vita alla pianta e poi la pianta stessa, a sua volta, prima di morire, nega sé stessa riproponendo nella spiga il chicco, ma evidentemente non uguale a prima, ma a un livello superiore. È la negazione della negazione, la dialettica della natura con cui un chicco di grano ritorna moltiplicato per 100 o più ancora. È così che avviene il processo evolutivo della natura, senza perdita né impoverimento, anzi con un arricchimento vistoso e sostanziale. Naturalmente la natura non procede così in maniera lineare, esistono momenti di arresto e pure di declino, perché gli equilibri degli ecosistemi vengono di volta in volta rotti e ricomposti, e non è stato sempre l’uomo a farlo, non di meno a gioco lungo nei 500 e più milioni di anni di evoluzione prima dell’avvento dell’era industriale, la natura ci ha offerto il suo continuo spettacolo di ricchezza, varietà ed abbondanza. Mai la sua crescita ha rappresentato un vero e proprio problema. Mai la natura si è “sentita” a corto di risorse. Solo con l’avvento della natura cosciente e sopratutto dopo la sua scissione in due parti, una che domina e l’altra che subisce, abbiamo assistito al timore della crescita, cioè alla natura (cosciente) che teme sé stessa. È l’uomo classista e nella fattispecie l’uomo borghese, il primo che avverte tale problema. Lo avverte proprio perché più aumenta la sua conoscenza e il dominio sul resto della natura, più l’uomo classista si percepisce come un elemento esterno alla natura, la quale viene ridotta alla sola parte biologica e più o meno determinata. L’uomo classista e massimamente l’uomo borghese, vede nell’alveare delle api un prodotto naturale, tanto quanto nel Colosseo vede un prodotto artificiale. Non si avvede che questa separazione assoluta è del tutto erronea, per la semplice ragione che ape e uomo sono pur sempre prodotti della stessa natura, solo che la prima resta vincolata e determinata a livello biologico, il secondo, sviluppando una coscienza non più solo latente, è in grado attraverso la cultura della conoscenza di innalzarsi al di sopra del livello biologico e determinare a piacere i suoi prodotti.
L’uomo borghese, differenziandosi sempre più dal resto della natura, ha finito per sentirsi estraneo alla natura stessa, concependo con essa un rapporto di dominio basato solo sulla forza bruta, estrattiva, anziché sulla cooperazione, collaborazione e simbiosi. Ma non essendo davvero esterno alla natura, a gioco lungo, l’uomo ha subito la vendetta del resto della natura, con l’ecosistema del mondo che gli si rivolta contro. Tutto ciò era già stato descritto assai meglio di me da Engels e Marx. L’ecoefficacia è uno dei migliori tentativi di superare e ricomporre questa separazione storica in maniera armoniosa. La progettazione ecoefficace non è a impatto zero, ma proprio come il ciliegio è a impatto positivo. Non solo non richiede riduzione, ma per essere sempre più all’altezza di sé stessa, proprio come la natura, richiede una sempre maggiore integrazione e simbiosi col resto dell’ecosistema in cui si muove.
La progettazione ecoefficace viene sintetizzata in questo modo dagli autori:
– Edifici che, come alberi, producano più energia di quella che consumano e purificano le proprie acque di scarico.
– Fabbriche i cui scarti siano acqua potabile.
– Prodotti che al termine della loro vita non diventino rifiuti inutili, ma possano essere gettati a terra, decomporsi e diventare cibo per piante ed animali e sostanze nutritive per il terreno o, in alternativa, che reinseriti nei cicli industriali, possano fornire materie prime di elevata qualità con cui fabbricare nuovi prodotti […].
– Un mondo di abbondanza, non uno di limiti, inquinamento e rifiuti.
Una simile progettazione man mano che diventa sempre più ecoefficace, fa a meno delle normative ambientali che, in ultima analisi, non sono altro che certificazioni di un fallimento progettuale clamoroso.
La biodiversità diventa uno dei principali fattori propulsivi dell’ecoefficacia. Per un ricambio organico a impatto positivo, infatti, è più semplice basarsi sulle caratteristiche peculiari di ogni luogo. Invece di sradicarle e snaturarle forzando la natura a essere qualcosa d’altro da quello che è in quel momento e in quel preciso luogo, l’ecoefficacia asseconda materiali, acque, eccetera del luogo in cui interagisce. Fa a meno dei faraonici progetti per la produzione energetica. Ogni centro ne produce da sé e in maniera superiore al necessario, proprio come un albero.
La progettazione ecoefficace deve tener conto dei due fattori imprescindibili per la vita, la massa (Terra) e l’energia (il Sole). La produzione avviene all’interno di questo sistema sostanzialmente chiuso. Senza preservarlo, la produzione non è ecoefficace ma progettata male. Il prodotto deve essere concepito come cibo. E tale cibo va scomposto nei due nutrienti fondamentali: il nutriente biologico e il nutriente tecnico.
Il nutriente biologico è sostanzialmente l’unico nutriente che la Terra ha avuto fino all’avvento dell’era industriale. Il nutriente tecnico era poca cosa, e soprattutto faceva poco o nessun danno ambientale. Con l’avvento dell’era industriale, l’estrazione dei materiali e la loro sintetizzazione in altre forme che non possono essere restituite alla terra senza fare danni, il nutriente tecnico è diventato una specie di nuovo metabolismo nocivo che si accompagna parallelamente al metabolismo biologico. Il segreto di una progettazione ecoefficace consiste nel tenere separato dal primo minuto fino al momento del riciclaggio questi due aspetti, senza che l’uno contamini l’altro: «I prodotti possono essere composti da materiali biodegradabili che diventano cibo per i cicli biologici o da materiali tecnici che rimangono all’interno di cicli tecnici chiusi». Imballaggi, recipienti, suole di scarpe, tubetti di dentifricio, barattoli dello yogurt, non solo vanno progettati perché non durino a lungo, ma vanno pure progettati con materiale biodegradabile, di modo che possano tranquillamente essere buttati per terra ritornando da dove son venuti come fertilizzante naturale.
Il nutriente tecnico, isolato da quello biologico, non solo può essere riciclato, ma può essere addirittura sovraciclato, a condizione che sia studiato e progettato perché possa essere smontato e ridotto ai minimi termini, oltreché venduto come prodotto di servizio. Non ha senso produrre un televisore che alla fine del ciclo viene buttato. Ritirandolo come servizio alla fine dell’uso, scomponendolo, può offrire tutte le sue parti per nuovi prodotti tecnici. In questo modo oltre a non costituire un danno, costituirebbe un risparmio indefinito per tutti quei prodotti che non avrebbero bisogno di estrazione di nuovo materiale per la fabbricazione.
LIMITI VERI E FINTI DELL’ECOEFFICACIA
Lo scettico in materia di ecoefficacia, potrebbe obiettare che non è possibile recuperare ogni cosa di un prodotto: «al momento non esiste ancora la tecnologia per separare dal metallo prima della lavorazione il polimero e i rivestimenti di vernice; quindi anche se un’auto fosse progettata pensando al suo futuro smantellamento, non è tecnicamente possibile “chiudere il ciclo”». A questo esempio si può aggiungere il cadmio usato negli impianti fotovoltaici, anch’esso impossibilitato al momento a chiudere il ciclo. La bontà della progettazione ecoefficace è in effetti data proprio dall’onestà intellettuale con cui gli autori prendono atto degli attuali limiti tecnologici. Va detto però non solo che i limiti possono essere pian piano superati, ma che è tanto più facile superarli quando la progettazione è fatta seguendo i principi di ecoefficacia. Una progettazione ecoefficace è costretta giocoforza a misurarsi con tali limiti, è portata quindi grazie alla creatività e alla fantasia a lambiccarsi il cervello per trovare una soluzione; una ecoefficiente tende invece ad essere indifferente, tanto più se ha raggiunto lo stesso il suo scopo di massimizzazione del profitto. In ogni caso per le parti per le quali ancora non è possibile il recupero, né organico né tecnico, gli autori prevedono di parcheggiarli in appositi magazzini come elementi “invendibili”, in attesa che gli ingegneri ecoefficaci trovino il sistema di risolvere anche quel problema.
Anche con questi attuali limiti, comunque, una progettazione ecoefficace rivoluzionerebbe in maniera davvero profonda quella pattumiera a cielo aperto che è ormai il mondo capitalistico, con effetti benefici un po’ per tutti. La differenza tra l’ecoefficacia e l’ecoefficienza è palpabile. I principi dell’ecoefficacia non sono, infatti, teorie utopiche fatte a tavolino da qualche intellettuale. William McDonough e Michael Braungart sono un architetto e un chimico che da anni lavorano con alcune tra le più importanti multinazionali capitalistiche (Nike, Ford, Volvo eccetera). L’ecoefficacia ha quindi già al suo attivo dei risultati pratici da mostrare.
Una delle prime prove è stato un tessuto ecoefficace per una ditta tedesca degli anni ’90. Il problema di fondo erano la tintura e le necessarie sostanze chimiche per la lavorazione. Incardinata sull’ecoefficienza, la fabbrica prevedeva impianti di filtraggio per ridurre l’inquinamento a posteriori, a processo lavorativo finito. Per l’ecoefficacia questo non è che un errore di progettazione, perciò si studiò l’inverso, filtrarli all’inizio eliminandoli: «la decisione di creare prodotti privi di sostanze nocive costituisce il fondamento di quello che potremmo chiamare “filtro di progetto”: un filtro che sta nella testa del progettista invece che allo sbocco degli scarichi». Venne chiesta la collaborazione a una sessantina di aziende chimiche. Tutte si rifiutarono tranne una. Degli 8000 prodotti vagliati per la produzione, ne vennero scelti 38, ritenuti a impatto positivo. Il risultato? Quando a processo finito gli impianti di filtraggio misurarono l’inquinamento, il direttore della fabbrica credette che fossero rotti e misurò più volte. Ovviamente gli impianti non erano rotti, semplicemente l’acqua non solo era pulita ma era addirittura potabile…
Un altro successo incredibile riguarda il trattamento dei liquami umani dei villaggi di una provincia di Rio de Janeiro nel 1992. Invece di usare il cloro e scaricarli subito nel fiume, venne costruita una serie intricata di canali e vasche all’interno dei quali c’era una incredibile quantità di «piante, microbi, lumache pesci e gamberetti. Il sistema era progettato per recuperare i nutrienti lungo il percorso, dando come sottoprodotto acqua potabile pulita e sicura». Le acque entravano nere come la pece negli impianti e uscivano più cristalline di quelle dei Caraibi.
Chiudiamo la rassegna delle prove pratiche dell’ecoefficacia con la costruzione di due impianti, uno di mobili per ufficio di Herman Miller, e uno della Ford, il famoso River Rouge di Detroit (Dearborn, Michigan) riqualificato ecoefficacemente nel 1999. In sintesi si può dire che gli impianti sono costruiti e pensati come un albero. Il tetto è ricoperto di vegetazione per il filtraggio dell’acqua. Un ulteriore passaggio è messo all’uscita all’interno di specie di paludi che filtrano ulteriormente l’acqua fino a restituirla al fiume completamente ripulita e sana. Nel caso del River Rouge essendo già posizionato su una palude, invece di soffocarla e coprirla come era stato fatto finora, lo stabilimento adesso ci convive in maniera armoniosa, sfruttandola per il filtraggio dell’acqua, tanto che sono tornati pesci e tantissime specie al suo interno: «la salute del sito non venne misurata in base al rispetto degli standard minimi imposti dalla legge, ma al numero di lombrichi per metro cubo di terreno, alla varietà di uccelli, degli insetti, e delle specie acquatiche presenti nel fiume più vicino».
Gli impianti sono costruiti con ampi lucernari per sfruttare la luce solare e dare una sensazione di benessere naturale a chi ci lavora dentro. La riprova è che molti lavoratori che si erano allontanati dall’azienda di Miller per avere stipendi più alti, sono ritornati perché ritengono incomparabile il benessere che provano lavorando in edifici ecoefficaci.
Non serve illustrare altre prove. In queste c’è già tutto quello che ci occorre per proseguire la nostra indagine. Non serve nemmeno mettere particolarmente in dubbio la veridicità del racconto degli autori. Non è difficile credere alla superiorità dell’ecoefficacia, per la semplice ragione che non è basata su chissà quale rivoluzionaria tecnologia. Il segreto sta tutto nel cambio completo di prospettiva. Ed è ovvio e fin elementare che se tu produci un oggetto, come è stato fatto fino ad oggi, dalla culla alla tomba, pensando solo a tre aspetti, massimizzazione della produzione, minimizzazione dei costi e massimizzazione dei profitti, hai molta facilità di incappare in qualche guasto ambientale, visto che non ci hai neanche pensato. Un oggetto invece che fin dalla fase di progettazione, tiene conto dell’ambiente e della completa integrazione con l’ecosistema, è destinato giocoforza a ottenere risultati migliori in termini ecologici. La riprova sono appunto i tre esempi che abbiamo illustrato. Non è nemmeno necessario che i risultati siano perfetti. Un paradigma totalmente nuovo come l’ecoefficacia ha tutto il diritto di sentirsi ancora in prova e perfettibile, tanto più che il divario con l’ecoefficienza appare già comunque abissale fin dai primi vagiti di questo nuovo modo di progettare le cose. Inoltre, se dopo 40 anni di sviluppo sostenibile, di protocolli e di agende che non vanno più in là del 15-17% degli obbiettivi, l’ecoefficacia facesse anche solo il 10% dei prodotti col suo sistema, sarebbe già una cosa enorme. E non si capisce perché dovrebbe essere perfetta al suo prima apparire l’ecoefficacia, quando l’ecoefficienza continua ad essere un colabrodo dopo più di due secoli.
La diffidenza, il disprezzo mostrato da alcuni ingegneri («Non sono qui per parlare con un ecoarchitetto di ecoarchitettura. Lei dice che vuole mettere lucernari in tutta la fabbrica, ma qui alla Ford li cementiamo i lucernari. E dice che vuol mettere l’erba sul tetto. Ma che cosa ci sto a fare qui?», è quello che dovette sopportare McDonough all’inizio del lavoro per Ford), la facile liquidazione come fosse un progetto per figli dei fiori o per eterni sognatori, non sono espressioni dei veri limiti dell’ecoefficacia, piuttosto sono i sintomi inequivocabili dell’egemonia culturale, dura a tramontare, delle 4R. L’ideologia delle 4R è così profondamente radicata nella testa delle persone, per il dominio incontrastato che ha avuto finora nel sistema produttivo, che detta in anticipo i suoi pregiudizi.
L’ideologia delle 4R inchioda al presunto realismo l’ecoefficacia per riaffermare il suo dominio. Siccome però non c’è partita, finisce per vedere limiti laddove meno ci sono. I limiti veri dell’ecoefficacia, non stanno nel suo presunto carattere utopistico, ma nei limiti stessi del sistema capitalistico in cui è inserita. Limiti ampiamente sottovalutati dai due autori che affrontano la questione in maniera istintiva, poco scientifica.
I limiti dell’ecoefficacia capitalistica sono così tanti che William McDonough e Michael Braungart manco s’immaginano. L’occhio marxista scafato li vede tutti al primo colpo fin dal primo esperimento riuscito. Il tessuto prodotto efficacemente occupa varie pagine nel libro dei due autori. Pagine fitte di particolari. L’equipe chiamata a produrlo ha passato giorni e giorni a progettare ecoefficacemente i nutrienti biologici e i nutrienti tecnici necessari. Epperò non troverete una sola riga dedicata all’“innaffiatore” indispensabile per tutti e due: l’innaffiatore forza-lavoro, l’operaio. Oh sì, McDonough e Braungart, ci ricordano che gli operai alla fine del progetto hanno guadagnato una stanza, quella degli agenti chimici ormai inutili, da usare ora per il relax, così come possono fare a meno di guanti e protezioni. Non immaginano i due dottori che, non appena l’ecoefficacia si sarà generalizzata, o forse anche prima, quegli stessi operai si vedranno eliminare fatalmente l’area relax extra. Infatti, in un sistema capitalistico, anche in uno ecoefficace, non si costruiscono stanze in eccesso per il relax. Di norma già si limitano quelle che servirebbero. L’area relax extra è un retaggio lasciato dall’ecoefficienza. Lasciata alle spalle l’epoca dell’ecoefficienza, nessuno costruirà più impianti con sale per gli inservibili agenti chimici di un tempo.
E i guanti e le protezioni che non servono più? Sono certo un grande progresso, e ben venga, ma per dirla con l’analisi dell’ecoefficacia, è un guadagno a posteriori, come effetto collaterale di una progettazione che in sé e per sé per l’operaio non ha progettato niente. Inoltre, se la si guarda da un’altra angolazione, il risparmio di guanti e protezioni non è nemmeno un guadagno così certo. Sarà certamente un guadagno per l’operaio impiegato nella fabbrica ecoefficace, ma nell’altra dedita ecoefficientemente a guanti e protezioni, significherà perdita del lavoro e disoccupazione. A riprova ulteriore che per l’operaio non è stato progettato davvero nulla. Il medio economista borghese risponderà a queste note con la stucchevole solfa della “distruzione creatrice”, la favola secondo la quale un’innovazione distrugge posti per crearne di nuovi in nuovi settori. La cosa già strideva quando per 4 contadini eliminati dalle “enclosures” si creava il posto per 2 operai. Figuriamoci oggi che di quei due operai ne resta uno solo nell’indotto del terzo settore dei “servizi”. Un quarto settore dove trasmigrare di nuovo non c’è. Posti dove emigrare sempre meno. Nel capitalismo va tutto a vantaggio del capitale e se dall’innovazione monopolizzata dal padrone l’operaio non avesse niente da temere, non avremmo, nel mondo, il 58% dei lavoratori salariati precari e senza diritti di cui sopra.
Un marxista, comunque, inserito nel processo di progettazione ecoefficace, avrebbe detto: «abbiamo scelto 38 ingredienti, bene, ma il 39° che non è solo un altro ingrediente ma è anche lo chef dell’intera pietanza, dobbiamo utilizzarlo 8 ore al giorno o dobbiamo utilizzarne 4 allo stesso prezzo, magari solo dal lunedì al giovedì? E se donna, tale e quale all’operaio, dobbiamo usarla anche nei tre giorni in cui ha il ciclo? E ancora: uomo e donna dobbiamo usarli prima dei 30 anni? O forse è meglio che fino a quell’età studino? Se ne hanno 60 non è meglio che vadano in pensione?…».
Non si creda che sia una questione di lana caprina o un’obiezione sofistica, non è affatto un caso che l’operaio sia visto, cioè (s)progettato, dal primo all’ultimo minuto come un semplice ingranaggio del processo che può godere al massimo dei benefici creati a posteriori da tutto il resto. E non è un caso per il semplice fatto che l’ecoefficacia di McDonough e Braungart s’arresta davanti al feticcio della merce, del libero commercio e del loro sistema capitalistico.
Chiamati infatti a un discorso più ampio sull’ecoefficacia, cioè alla sua collocazione sul piano storico sociale, McDonough e Braungart, dopo aver ricordato come gli “ismi” abbiano creato i più grandi disastri della Storia, rispondono così: «l’ecoefficacia vede nel commercio il motore del cambiamento e rispetta il suo bisogno di rapidità e produttività, ma sostiene anche che, rifuggendo l’impegno ambientale, sociale e culturale, il commercio causerà una tragedia collettiva e distruggerà risorse naturali e umane preziose per le generazioni future. L’ecoefficacia rispetta il commercio e il bene comune su cui è fondato».
Questo passo è una risposta a quegli ambientalisti radicali – “teste calde” secondo i peggiori alfieri dell’ecoefficienza – che gli hanno bocciato a prescindere il progetto ecoefficace, perché rinfacciano loro di lavorare con le multinazionali dell’inquinamento e della devastazione ambientale. Se è al servizio del diavolo della distruzione ambientale, l’ecoefficacia deve essere solo uno degli ultimi trucchi cosmetici del sistema. I dottori in ecoefficacia sono dei traditori. Così ragionano pressapoco i critici più radicalmente negativi verso l’ecoefficacia. Non saremo noi a rinfacciare ai due autori le stesse cose, noi capiamo benissimo il bisogno di scambiarsi la propria forza-lavoro col capitale, pena il morire di fame, e ognuno si guadagna la pagnotta come può. Se uno riesce a farlo alzandosi al di sopra della media capitalistica in materia ambientale, tanto meglio. Siamo anche sicuri che pure in questa maniera si possano raggiungere ottimi risultati come quelli già citati. La nostra obiezione riguarda tutt’altro ed è la stessa che i due autori dovrebbero cogliere da soli, se solo vedessero la contraddizione logica, grande come una casa, che c’è nella loro affermazione rispetto ai principi stessi dell’ecoefficacia.
Non abbiamo appena visto come l’uomo, per essere ecoefficace, debba imitare i processi biologici della natura, prendendo ad esempio il ciliegio? E domandiamo quindi a McDonough e Braungart: forse che il ciliegio scambia frutti con l’uccello tramite denaro? Nel metabolismo della natura biologica e nell’interscambio intenso degli ecostistemi, i flussi avvengono forse per libero commercio tra le parti? Avvengono per arricchire il portafogli? E perché mai l’ecoefficacia per imitare tutto questo, dovrebbe tenersi la palla al piede della moneta, del libero scambio, del capitale e dei loro rapporti reciproci?
Secondo McDonough e Braungart «è precisa responsabilità di ogni società garantire dividendi agli azionisti e accrescere il profitto, ma non a spese della struttura sociale della natura». Prendiamo atto dei buoni propositi della seconda parte della proposizione, ma immaginate il ciliegio che in inverno, “venduti” i suoi frutti estivi, spartisca i dividendi: 10 azioni al rialzo per le formiche, 20 per le api, 30 per le rondini, 50 per le cicale e a tutti, uomini, animali ed organismi, il nuovo dépliant con la réclame dell’albero fiorito per la nuova stagione… Vi fa ridere? Eppure è così che imitano il ciliegio i dottori liberali in ecoefficacia! Notate anche qui come scompaia l’operaio: la struttura sociale di cui parlano, infatti, è della natura, non dell’uomo. L’uomo non interessa ai due autori, non come operaio almeno, ma solo come uomo borghese da dividendi…
Si potrebbe osservare che l’imitazione del ciliegio non può essere perfettamente identica. Il ciliegio, infatti, in ecoefficacia è un nutriente biologico, ma nella produzione umana, ai nutrienti biologici si aggiungono i nutrienti tecnici. La natura non umana, fa tutto senza ingredienti tecnici. L’uomo, quindi, non può imitare in maniera identica la natura biologica. L’ecoefficacia imita i processi naturali come quello dell’albero attraverso una mediazione tra nutrienti biologici e tecnici. Verissimo, ma questa non può diventare una scusa per far andare al ribasso tale mediazione. Al contrario, la direzione reale di una simile mediazione non può che andare dalla parte opposta, al rialzo. L’imitazione mediata tra nutrienti biologici e tecnici, infatti, altro non è che la mediazione tra la natura puramente biologica e la natura cosciente. E la natura cosciente è superiore a quella puramente biologica, è precisamente la sua evoluzione, può fare quindi di più e meglio, non peggio dell’altra. Lo può fare attraverso i progressi della scienza, man mano che approfondisce i segreti della natura e si impadronisce delle sue leggi. Ma può farlo solo se non fa diventare degli assoluti invalicabili o dei ridicoli non plus ultra, accidenti storici ormai datati quali capitalismo, merce e libero scambio. Naturalmente anche sull’albero di ciliegio campano parassiti, ma nessuno di loro viene in giacca e cravatta da Wall Street!
Per non mettere il capitalismo tra gli “ismi” che hanno portato sciagure (ci sono fascismo, razzismo, nazismo e sessismo, non il comunismo perché, bontà loro, gli autori mostrano un vago apprezzamento scolastico per Marx), McDonough e Braungart offrono un modello che ha dell’infantile, per quanto fa sorridere nella sua ingenuità. Per risolvere i problemi del mondo borghese, disegnano un triangolo equilatero, al vertice dell’angolo di destra segnano la parola “economia” che rappresenta il capitalismo puro, vale a dire sfrenato, dedito solo ai profitti; in quello di sinistra mettono “equità” e al vertice “ecologia”. Vedendo negli “ismi”, cioè negli estremi, il male assoluto, loro quasi come dei perfetti democristiani si collocano nel mezzo della loro mediocrità intellettuale, vagamente spostata verso il vertice ecologico. È in questa maniera – dobbiamo dedurne – che il commercio diventa fondato sul bene comune.
È curioso che questo capitalismo temperato dall’equità e dall’ecologica ecoefficacia, fondato sul bene comune, non appena si domanda se lo stipendio dell’operaio sia dignitoso, dia questa risposta: «per come la vediamo noi [è dignitoso se] corrisponde a ciò che serve a mantenere una famiglia». Né più né meno del valore scientifico del salario liberale: «un uomo deve sempre vivere del suo lavoro, e il suo salario deve essere almeno sufficiente a mantenerlo, direi anche che nella maggior parte dei casi deve essere qualcosa di più, altrimenti non potrebbe allevare una famiglia e la razza di questi operai non potrebbe continuare oltre la prima generazione» (Adam Smith, La ricchezza delle nazioni). L’equità, per McDonough e Braungart, consiste nel non andare al di sotto di questo valore, per cui vedono di malocchio un’azienda che si trasferisca nei paesi in via di sviluppo per pagare meno gli operai. Un capitalista in fuga verso il terzo mondo, potrebbe sempre ribattere che in quei paradisi del fisco e dello sfruttamento, costa meno mantenere una famiglia. Insomma non sono poi così iniqui quando impacchettano fabbrica e capitale e partono all’avventura per i nuovi mondi del profitto. Una cosa è sicura: McDonough e Braungart aborrono il salario che va sotto il suo valore, ma che possa andare anche sopra non è contemplato.
Volete ridere ancora più amaro? Allora guadatela da un’altra angolazione. L’operaio ha lasciato i campi di fine Settecento per finire nelle filande inglesi a 16 ore al giorno; ha vissuto tre rivoluzioni industriali, passando dal telaio a vapore alla macchina a carbone, e dall’elettricità ai computer informatici. In due secoli ha moltiplicato per 20 o per 30 la ricchezza mondiale, e solo dalla fine del secondo conflitto mondiale all’inizio del nuovo secolo per 6, per sentirsi dire dagli ultimi innovatori ecoefficaci che il suo stipendio deve continuare a non andare più in là del mantenimento della famiglia, deve cioè rimanere al suo livello unitario, esattamente come il suo predecessore che ha fatto il bracciante da Adamo Smith o da chissà chi! È l’impatto sotto zero dei cervelli deprimenti dei filosofi liberaloidi dell’equità ecoefficace!
Il salario del capitalismo ecoefficace è inchiodato come prima alla legge del valore, quella che per dirla con Marx, nella migliore delle ipotesi, condanna l’operaio a una mera esistenza animale, a non avere altro in tasca che i soldi per la sussistenza sua e della famiglia, di modo che possa ripresentarsi il giorno dopo al lavoro. Nel sistema capitalistico, non c’è bisogno di pensare in questo modo il salario, ci pensa già la legge economica a regolarlo sul suo valore. In un modo o nell’altro, le oscillazioni del prezzo del salario, ricadono sempre sul valore medio che è quello stabilito scientificamente dall’economia politica borghese classica.
Comprenda bene il lettore che in tutto il libro, McDonough e Braungart, non appaiono mai come due schiavisti salariali, non sono, per capirci, la riedizione in chiave ecoefficace di un Marchionne, anzi è del tutto probabile che il “mantenimento della famiglia” per loro sia qualcosa di comodo, non certo abbassato a un’esistenza puramente animale; non solo, è probabile che discutendoci a quattr’occhi non avrebbero grossi problemi ad accettare una riduzione d’orario a parità di salario (non al nostro livello rivoluzionario, sia chiaro, ma sicuramente significativa), e non avrebbero problemi in quanto sostanzialmente progressisti. Se però diciamo queste cose, è perché nei fatti, di tutto questo non si trova traccia nel libro. E non si trova perché avendo accettato il capitalismo come bene comune, purché sia temperato e illuminato dall’ecoefficacia, l’operaio è uscito dal progetto senza che neanche se ne siano accorti. Nel capitalismo, in qualunque capitalismo, infatti, l’operaio occupa l’identico posto che ha una macchina, una vite o un bullone. Nonostante sia l’unico a creare valore, di cui l’economia classica non si accorge o se ne accorge solo a livello latente, l’operaio entra nel capitalismo solo per arricchire la ricchezza delle nazioni, cioè della borghesia e del suo padrone. Ecco perché anche nei principi di ecoefficacia, praticamente non esiste. È il retaggio della prospettiva limitata e borghese in cui i due autori li hanno scolpiti.
A ulteriore riprova di questo, è interessante notare come gli stessi autori valutino i benefici che anche gli operai traggono, per altro come abbiamo visto sempre di riflesso, a posteriori, dall’ecoefficacia. Sentiteli mentre descrivono l’impianto di River Rouge della Ford: «la riprogrammazione della fabbrica ha spinto l’azienda a impegnarsi anche sul versante dell’equità sociale e non solo su quello ecologico e commerciale. Il vecchio impianto era diventato buio, umido e sgradevole […] Durante l’inverno poteva capitare che non vedessero la luce del sole per intere settimane […] il nuovo impianto sarebbe stato illuminato dalla luce del sole – compresa la caffetteria in modo che i lavoratori potessero goderne anche durante le pause» (corsivo nostro, nda). Passi come questo riempiono il libro e il corsivo che abbiamo evidenziato si ripete come un disco rotto ad ogni prova pratica dell’ecoefficacia. Ora anche in questo caso, il vantaggio tratto dagli operai, non viene da una progettazione fatta per loro, ma è il riflesso di un progetto ecoefficace anche sul piano commerciale. La Ford, da questa illuminazione, risparmia a stima circa 35 milioni di dollari all’anno. Fin qui nessun particolare problema. Anche se il vantaggio è di riflesso, un operaio ben piantato direbbe: cari marxisti e chissenefrega, godiamocelo! E noi con lui. Il punto che vogliamo sottolineare in corsivo è proprio che questo vantaggio di riflesso, è definito “equità sociale e non solo ecologica e commerciale”, quando si tratta proprio di un’equità solo ecologica, ambientale e nient’affatto sociale, con l’equità sociale questa roba qua non c’entra proprio niente. L’equità sociale sarebbe prendere i dividendi degli azionisti e distribuirli in parte o in tutto agli operai. Ma di questo neanche l’ombra. Dalla presunta equità sociale, l’operaio non guadagna un cent bucato, solo un po’ d’aria pulita o cose simili. È l’ulteriore riprova del fatto che avendo accettato il capitalismo nel progetto ecoefficace, come prima ed inevitabile conseguenza operai ed equità sociale sono del tutto scomparsi.
Come tutti gli idealisti filosofici, McDonough e Braungart, credono che cose e realtà siano un parto del pensiero. Il commercio è fondato sul bene comune, perché lo dicono loro, purché sia temperato da equità ed ecologia. Naturalmente il capitalismo può essere temperato o sfrenato, può essere declinato alla Lord Keynes o alla Milton Friedman (per quanto sempre e solo gli idealisti vedano come totalmente opposti questi due, in realtà c’è molta più continuità di quanto si pensi, Keynes e Friedman esprimono la stessa conservazione del sistema in due momenti diversi del ciclo capitalistico e della lotta di classe, esattamente come non c’è rottura assoluta tra la socializzazione delle perdite della nazionalizzazione fascista dell’IRI e le successive privatizzazioni, sempre nell’interesse della sola borghesia, fatte da Prodi e D’Alema), non cambia però che in tutte le sue forme e vesti, il capitalismo abbia le sue leggi di funzionamento e a queste non possa sfuggire, neanche se rivoluzionato da cima a fondo dall’ecoefficacia.
Abbiamo appena visto che l’ecoefficacia è a impatto positivo, da un processo ecoefficace ne esce arricchito l’ambiente, ne esce rivoluzionato il prodotto, solo l’operaio entra ed esce sempre al suo stesso valore. L’operaio ecoefficace è impatto zero, come nell’ideale massimo, vetusto e retrogrado dell’ecoefficienza. Al massimo può bearsi di qualche effetto collaterale dei successi ambientali e di prodotto e del dizionario inclusivo dell’analfabetismo ecoefficace, in cui l’equità ecologica prende il posto e fa tutt’uno con l’equità sociale. Se vuole andare al di sopra del suo valore, deve sperare in una congiuntura favorevole che, allargando il capitale, allarghi anche le sue briciole. Altrimenti deve scioperare come prima.
Ora immaginiamo che nella progettazione ecoefficace venisse inclusa la riduzione d’orario a parità di salario. Sarebbe il primo vero e proprio progresso pensato dall’ecoefficacia per l’operaio e sarebbe benvenuto come tutto il resto. Non cambierebbe però che alla fine del processo, il tessuto ecoefficace continuerebbe a ergersi contro di lui come ricchezza alienata, in quanto il capitalismo reale, non quello pensato dall’idealismo, continuerebbe a essere fondato sul bene privato nient’affatto comune, sulla libera concorrenza, sul monopolio dei mezzi di produzione da una parte e sulle mani nude, di chi non li ha, dall’altra. Certo con la giornata di lavoro ridotta, la classe operaia prenderebbe fiducia e coraggio. Potrebbe esserci un intero ciclo di lotta a suo favore, col parziale recupero del divario. Ma senza metter la parola fine al sistema, il salario ripiomberebbe a poco a poco al suo valore. E col salario inchiodato al suo livello unitario, tutto il resto della ricchezza si riverserebbe nel capitale. In ogni caso, fin qui abbiamo mostrato solo la punta dell’iceberg.
In una fabbrica ecoefficace, esattamente come in una vecchia fabbrica fordista, c’è un solo fattore in grado di arricchire il capitale ed è la forza-lavoro che porta a casa, nel salario, meno valore di quello che aggiunge col suo lavoro alla futura merce che andrà sul mercato. Il risparmio di qualunque cosa non va mai a vantaggio dell’operaio. Una fabbrica ecoefficace che produce più energia di quella di cui ha bisogno, risolve in un colpo solo il problema degli impianti faraonici nucleari tanto cari all’industria ecoefficiente. Decentrando la produzione di energia se ne produce di più e meglio. Ma quando un tessuto ecoefficace costa alla fine un 15% in meno, perché fa a meno di prodotti inquinanti, quando un impianto risparmia in luce milioni su milioni, finirà anche per risparmiare in salari. McDonough e Braungart vedono nella semplificazione del prodotto e nel risparmio energetico uno dei simboli del loro successo. E lo è senz’altro, ma con la proprietà privata dei mezzi di produzione, gira e rigira finirà sempre e solo a vantaggio del Capitale. Perché, come insegnava il vecchio barbuto di Treviri, il Capitale considera sempre lo scambio di sé stesso con le merci generiche, non riflette mai quando si scambia con quella merce particolare che è la forza-lavoro, e che è lo scambio fondamentale alla base di tutto il suo sistema. Quando costeranno meno gli impianti, quando costerà meno la luce, quando costeranno meno i generici prodotti, costerà meno anche quella merce forza-lavoro senza la quale l’intero ciclo non comincia nemmeno. Il costo della merce forza-lavoro è dato dal costo dei beni necessari a mantenere lei e famiglia. Dimezzati questi, per risparmi di materiali e risparmi di energetici vari, dimezzato il salario.
L’ecoefficacia esalta l’interazione, perché con un nuovo metodo di produzione, la riduzione, la decrescita sarebbero un danno. Ma l’ecoefficacia non è un nuovo modo strutturale di produzione. Su queste basi è sempre capitalismo, cambia solo il processo di produzione. Impianti ecoefficaci, possono indubbiamente avere bisogno di ulteriore integrazione con l’ambiente circostante, ma il prodotto finale, per quanto diverso sia, resta nella sua essenza lo stesso ed è il solo che, incorporando lavoro vivo dell’operaio, può portare profitto. Lombrichi al metro cubo, ritorno dei pesci, acque pulite, sono il mezzo ecoefficace per produrre la solita roba: plusvalore da incorporare in un oggetto-merce.
Qui l’abbaglio, i due autori, lo prendono perché vedono un mondo da ricostruire: «invece di pensare ad automobili con emissioni negative minime o nulle, immaginate auto studiate per rilasciare nell’atmosfera emissioni positive e nutrienti per l’ambiente e l’industria». È chiaro che qua si vede un potenziale quasi infinito. Non solo, l’attuale auto elettrica o ibrida, ci sembra due o tre leghe indietro rispetto all’autoecoefficace, quindi il fabbisogno di quest’ultima potrebbe addirittura essere doppio o triplo. Non di meno la necessità oggettiva di entrambi è indubbia. Eppure l’industria dell’auto sta attraversando una delle sue crisi più nere, perché le necessità automobilistiche non vengono decise dalla simmetrica necessità ambientale, ma dal mercato, cioè dal rapporto tra il valore immesso e la solvibilità disponibile e pronta all’acquisto. E senza contare la necessità del Capitale di non chiudere troppo presto con i combustibili fossili su cui ancora guadagna, con i salari al ribasso, con la precarietà e l’incertezza che dilagano, l’auto elettrica resta al palo in mezzo all’inquinamento e ai piagnistei dei poveri produttori vittime delle pretese ambientali dei loro stessi governi.
L’auto ecoefficace andrebbe incontro agli stessi problemi quand’anche fosse un’auto di servizio. Infatti, prodotto acquistato in permanenza e prodotto acquistato come servizio non cambiano il carattere peculiare del modo di produzione capitalistico. River Rouge e qualunque fabbrica integrata con l’ambiente continuano a produrre gli oggetti come monadi isolate le une dalle altre, senza sapere bene cosa voglia il mercato, solo tentando di indovinarlo. Il prodotto di servizio che esca da una fabbrica simile, continua a non sapere se ci sarà qualcuno che ne avrà bisogno. In epoca di boom produrrà servizi a manetta, poi al boom seguiranno come sempre crisi e recessione e il servizio non servirà a niente, tanto quanto le auto invendute.
L’isolamento delle monadi capitalistiche procede di pari passo col progresso dell’economia borghese. In epoca risorgimentale, l’isolamento era sostanzialmente rispetto a un mercato nazionale e ancora poco internazionale. Ora, nell’epoca dello stato nazionale che da fattore progressivo per il mercato si è trasformato in un ostacolo, l’isolamento è a carattere mondiale, è un isolamento in espansione. Se prima era già difficile sapere cosa voleva il mercato a due passi da casa, oggi che il raggio del mercato è internazionale, è un vero e proprio terno al lotto. Parziali tentativi di pianificazioni, trust e cartelli, possono solo temporaneamente mettere una pezza, al prezzo di esplosioni più fragorose in futuro.
L’isolamento della monade capitalistica è l’esatto opposto dell’integrazione biologica. La terra è un unico grande organismo. Non stiamo dicendo che la perdita di un lombrico alla Stazione del Celti nell’asfissia della pianura Padana ultrainquinata, influenzi la vita a Copacabana, ma è certo che i grandi agglomerati naturali, come la foresta amazzonica o i ghiacci dell’Antartide, hanno degli effetti che si fanno sentire su tutto il pianeta. La produzione capitalistica, è su scala sempre più grande, quindi sempre più il danno di un solo anello si riversa sul resto della catena. Mai come oggi il capitalismo avrebbe bisogno un’integrazione simile a quella della natura biologica. Purtroppo, il capitalismo resta un universo di monadi anarchiche a sé stanti che si fanno la guerra l’un l’altra e che trovano un equilibrio instabile e sempre precario nel mercato. Così è per la selezione capitalistica, anch’essa diametralmente opposta a quella cosiddetta naturale. La selezione capitalistica opera a favore di un pugno di monopolisti che a loro volta sfruttano in maniera monocorde la natura. È davvero una selezione che porta al prosciugamento e all’aridità. La selezione naturale fino ad ora ha concorso per lo più all’aumento della flora e della fauna, della biodiversità e delle specie. Il leone mangia la gazzella, ma non la estingue, anzi questo rapporto è crudele solo se visto nella sua singolarità, ma nell’insieme è alla base della moltiplicazione di specie ed esseri viventi. Senza eventi particolari e catastrofici, come esplosioni vulcaniche, glaciazioni e meteoriti, difficilmente ci sarebbero state le cinque grandi estinzioni di massa. Perché per una specie che si estingue ce ne sono altre 10 che prendono vita. Solo la sesta estinzione di massa, quella che stiamo vivendo e che ancora non è al livello di quelle precedenti, non viene da qualche catastrofe, ma dall’avvento della coscienza classista che si separa e se ne frega del resto della natura, quasi fosse a lei estranea. Da questo punto di vista, i professori del Club di Roma non sono degli jettatori che pensano che l’uomo sia irrimediabilmente distruttivo. Non fanno altro che tradurre in ideologia borghese, quindi interclassista, la distruttività del capitalismo. È il capitalismo che fino ad oggi è stato distruttivo. Naturalmente gli ideologici borghesi dirottano il problema sull’uomo, perché invece di distruggere il capitalismo, non sanno andare fino in fondo alle logiche conseguenze dei loro anatemi. Perciò propongono la correzione impossibile del sistema che denunciano e invece di accusare la classe borghese al potere, finiscono per puntare il dito sul singolo individuo che lo subisce.
Non molto diversamente fanno McDonough e Braungart. Invece di smascherare l’ideologia borghese dei limiti dello sviluppo, la ribaltano in positivo: l’uomo è il bene. Ovviamente mantenendo sempre lo stesso interclassismo, poggiando sempre le natiche dell’uomo buono come dell’uomo cattivo sul modo di produzione capitalistico, la soluzione resta ferma più o meno dov’è: una soluzione di pensiero. Notate tra l’altro come per salvare il capitalismo spostino in avanti la catastrofe. Se non diventerà ecoefficace – dicono – il capitalismo porterà alla catastrofe. Ma il capitalismo ha già prodotto varie catastrofi, due guerre mondiali, svariati genocidi, due bombe atomiche eccetera. McDonough e Braungart diranno che è stata la versione “ismo” cioè il nazismo estremo a farlo. Peccato che la Prima Guerra mondiale, le due bombe atomiche, il genocidio degli amerindi non siano figlie del capitalismo estremo. Inoltre, la catastrofe ambientale la stiamo già vivendo, non dobbiamo aspettarla. A ciò si aggiunga che la soluzione al problema, è lasciata comunque da McDonough e Braungart alla libera scelta dell’attore capitalistico. Nel loro puerile schemino triangolare, gli autori si collocano nel punto illuminato da ecologia ed equità sociale. E abbiamo già visto che sull’equità sociale sono al di sotto della cura omeopatica, figuriamoci come son messi gli altri, il grosso degli imprenditori che all’ecoefficacia per ora manco ci sono arrivati. E se non dovessero arrivarci mai? Resteremmo come restano McDonough e Braungart col triangolino delle meraviglie equilatere in mano!
Correggere il sistema capitalistico, specie oggi che ha raggiunto i suoi limiti storici, è destinato al fallimento, proprio perché anche l’ecofficacia, su queste basi, non può sfuggire a tutte le sue leggi. Nella migliore delle ipotesi, un’ecoefficacia generalizzata produrrebbe un effetto grottesco proprio in concomitanza con la crisi recessiva. Un’aria salubre, acqua cristallina, un ambiente rimesso a nuovo, lombrichi belli grassi che si rivoltano nella terra, api che impollinano a tutto spiano, pesci che sguazzano nei fiumi e un pirla come un operaio a zonzo che non ha neanche un dollaro bucato per comprarsi una canna da pesca e tamponare la fame. Davvero sarebbe il colmo dello sfruttamento per l’operaio. Dopo aver ingrassato i borghesi, grazie all’ecoefficacia, la classe operaia comincerebbe a riempire la pancia anche della terra. Solo lui rimarrebbe sempre a bocca asciutta!
È un’ipotesi, questa, per altro molto azzardata e puramente astratta, in quanto il capitalismo, non è solo un modo di produzione che mette contro borghesi e proletari, dal punto di vista ambientale è anche un sistema che mette contro città e campagna. La crescita del profitto e dei dividendi, è la crescita della concentrazione dei capitali, cioè dell’aumento del drenaggio della campagna verso la città. Nulla può l’ecoefficacia contro la deriva di questo squilibrio. Da questo punto di vista mai l’ecoefficacia potrà raggiungere un buon equilibro con il resto della natura. Le campagne continueranno a svuotarsi, le montagne a non aver più manutenzione boschiva, le città continueranno ad avere affitti alle stelle per la gioia di redditieri parassitari e appartamenti vuoti: 10 appartamenti a disposizione di miliardari e agenzie immobiliari per altrettanti clochard sotto i portici. Nulla potrà l’ecoefficacia contro l’enorme dispersione dell’apparato securitario e repressivo dello stato borghese, fatto di migliaia di allarmi, di innumerevoli agenti in divisa e di controproducenti carceri che con un altro sistema sarebbero praticamente superflui. Analogamente in epoca di boom non potrà soddisfare lo stesso tutti, perché il capitalismo resta, anche in espansione, ricchezza a un polo e miseria dall’altro. Il capitale finché campa resta una produzione sociale interclassista, a fronte di una appropriazione privata della ricchezza. Tale modo implica una strozzatura a collo di bottiglia anche quando il mercato si allarga. Una massa enorme di persone ne resterà sempre fuori, perché l’eoefficacia sarà tale sempre e solo per chi se la potrà permettere, nel caso dell’operaio per quello che potrà scambiare la sua forza-lavoro col capitale ecoefficace. Quel 58% di operai da “economia informale” non sarà mai tra questi, precipiterà semplicemente dall’ecoefficienza, se mai ne potrà godere, alla sottoproletarizzazione più completa.
Non è finita qui. Produrre più energia di quanta se ne consumi, su basi capitalistiche è un’istigazione alla sovrapproduzione prima ancora che avvenga la crisi. Un’ecoefficacia capitalistica non sfugge a questo aspetto. Produrre più energia di quanta ne consumi, ha senso per la biologia dell’albero, ma a gioco lungo non per la fisiologia del capitale, per il quale ha senso solo se può trasformarla tutta in denaro. Già oggi il boom delle energie rinnovabili mostra il contraccolpo dei primi inquietanti problemi. È Repubblica a certificarlo: il paradosso green: più energia rinnovabile produciamo meno vale. «Quando sole e vento producono molta energia nello stesso momento, e succede spesso perché il meteo non rispetta i picchi di consumo, i prezzi all’ingrosso crollano. E i produttori di conseguenza sono costretti a vendere a tariffe inferiori, proprio quando producono di più. In Europa questo fenomeno ha sottratto, secondo le elaborazioni di Bcg (le elaborazioni BCG si riferiscono alla Matrice del Boston Consulting Group, un modello di pianificazione strategica aziendale, nda), oltre 14 miliardi di dollari di ricavi nel solo 2025». E ancora: «Durante la giornata, quando l’offerta di energia è alta, i produttori di rinnovabili si confrontano con tariffe negative: di fatto pagano i clienti per far assorbire la loro elettricità. Le ore con prezzi negativi sono più che raddoppiate in alcuni paesi europei: da circa 200 ore nel 2020 a oltre 500 nel 2025. Il sistema di incentivi, secondo BCG, sta creando le condizioni per smettere di investire».
La soluzione? «La flessibilità come risposta sistemica. Il rapporto di Bcg arriva a una conclusione netta: il problema non si risolve costruendo altri impianti. Si risolve cambiando come e quando l’elettricità viene consumata, stoccata e distribuita. La parola chiave è flessibilità sistemica. I bisogni di flessibilità si articolano su scale temporali diverse. Nell’arco di secondi e minuti, servono inverter di nuova generazione, riserve veloci e strumenti di gestione attiva della domanda. Nell’arco di una giornata, le batterie sono oggi la risposta più efficace: in California coprono gran parte del consumo serale, quando i pannelli solari si spengono. Per finestre di una o due settimane, invece, non esistono ancora soluzioni scalabili al di fuori del pompaggio idroelettrico dove è disponibile. È qui che si concentra la sfida più difficile, anche se nel mondo vi sono già tantissime sperimentazioni».
La soluzione di cui parla Repubblica, è la soluzione per i soli capitalisti. Infatti le ore presunte negative per Repubblica, sono le ore positive per il cliente proletario che ci guadagna, ma la Repubblica dei classisti non si accorge di questa contraddizione. LA propaganda borghese, non ha ancora capito che l’economia capitalistica è duale, e quindi un “più” è contemporaneamente un “meno” da qualche parte e viceversa, così come cliente e compratore possono in determinati momenti scambiarsi le parti. Per i loro servi, esistono solo i capitalisti, gli unici che possono guadagnarci. In caso contrario, come questo, la soluzione non è far guadagnare una buona volta gli sfruttati, non sia mai, anzi la soluzione è demandata a enormi batterie o simili che possano trattenere per mesi l’energia, in modo che i capitalisti possano venderla solo quando conviene a loro. Ne segue che tolti i sussidi con cui ora possono ripianare le perdite, il futuro dell’energia è un po’ come quello delle arance e dei mandarini, distrutti prima di essere venduti per non far crollare i prezzi. In questo caso, non avendo l’elettricità carattere biologico, enormi batterie-magazzino di energia trattenuta in attesa del rialzo del prezzo e intere città a lume di candela per penuria sul loro mercato di energia pulita…
Repubblica sta parlando di energia che va in crisi sul mercato per l’incapacità di poter predeterminare la sovrapproduzione. Nell’ecoefficacia, però, la sovrapproduzione non è data dal mercato, è data a monte nella progettazione della produzione stessa. Un impianto come River Rouge che produce più energia di quella che consuma, può certamente rivendere l’eccesso sul mercato. Ma tenendo conto dei rischi negativi descritti sopra, è molto più probabile che la Ford finisca per usarla anzitutto per l’intero suo indotto. In breve, due o tre impianti ecoefficaci potrebbero rendere superfluo, inutile e dannoso per il profitto, costruire il quarto con un simile sistema.
Tutto questo comunque non salverebbe gli impianti dalle cicliche crisi capitalistiche. Poco distante da River Rouge, a Detroit, ci sta uno dei più terrificanti spettacoli di desertificazione industriale. Quella stessa desertificazione industriale che vediamo un po’ dappertutto a gradi diversi nelle nostre città, e che altro non è che l’altro lato della centralizzazione dei capitali e dei mezzi di produzione, che una volta rotti gli argini dello stato nazionale, non possono che raggrupparsi, per quanto contraddittoriamente, su scala mondiale. River Rouge è stato costruito sulla carcassa del vecchio stabilimento, ma non bisogna dimenticare che la Ford come la vecchia Fiat è una di quelle multinazionali che può permettersi 6 o 7 fallimenti, tanto ha il suo stato borghese pronto a venirle in soccorso. Non così capitali medi o comunque inferiori a quello di Ford. Per un impianto che viene riadattato all’ecoefficacia ce ne saranno sempre troppi che restano a morire al sole o in attesa di qualche odiosa ristrutturazione per la gentrificazione. L’ecoefficacia non è un processo naturale biologico, ma una mediazione tra la natura biologica e l’uomo, cioè tra la natura allo stato brado e il suo elemento cosciente, e funziona fintanto che questa mediazione cosciente è attiva. Ma cosa succederà a un impianto ecoefficace, quando sarà spenta la sua coscienza dalla crisi capitalistica e il resto del suo corpo resterà a marcire come gli altri al sole? Ancora non lo sappiamo e non vogliamo fare gli uccelli del malaugurio – questo è il ruolo dell’eocefficienza – può darsi che la chiusura non porti chissà quali nuovi disastri, tuttavia è molto difficile pensare che ce la caveremo con poco, perché cadendo l’elemento cosciente che fa funzionare un “metabolismo” ecoefficace, la natura biologica non proseguirà come se niente fosse. Di certo lasciare a marcire un impianto ecoefficace, non è meno dispersivo e dissipatore che lasciarne uno ecoefficiente, anzi sotto certi aspetti è pure più triste e squallido. Infatti, quando un impianto ecoefficiente viene abbandonato, lascia sul posto una carcassa che non ha fatto altro che succhiare materia ed energia a scopo di soldi, infischiandosene di tutto il resto. È del tutto logico quindi che finisca così. Quando lo fa invece un edificio ecoefficace, nato con ben altre ambizioni, sotto al sole oltre a tutto questo resta a marcire anche la sua illuministica albagia tardo liberale. Mentre si decompone anche il suo ottimismo, al suo fianco, ride sguaiato e stridulo il fantasma del pessimismo ecoefficiente.
Durante le crisi, sarà accentuata ancora di più l’impotenza dell’ecoeficcacia verso gli investimenti faraonici. Questi non rispondono solo alla voglia di facile speculazione dei capitalisti, ma anche e soprattutto alla tendenza storica della composizione organica del capitale. Man mano che il capitalismo si sviluppa, in un capitale medio la quota che va in salari diminuisce a scapito di quella in energia, materie prima eccetera. Nuovi stadi faraonici al posto del riammodernamento di quelli esistenti, opere infrastrutturali come il Tav, centrali nucleari, ponti e dighe, rispondono proprio a questa esigenza. Per non dissipare il capitale, si dissipa la natura, tanto più che per queste opere, lo stato borghese corre in soccorso ai capitalisti liberandoli dal rischio di perdite onerose per l’occlusione del profitto durante la crisi.
McDonough e Braungart, infine, mutilano il capitalismo riducendolo solo a un modo di produzione dedito a macchine, televisioni ed edifici. Ma il capitalismo dedica buona parte della sua vita alla guerra imperialista, specie nei momenti di crisi. Ammesso che si possano produrre armi ecologiche, fa un po’ ridere che tutto questo sforzo ecologico, quand’anche riuscisse ad andare oltre i limiti qui descritti, sia destinato comunque ad essere raso al suolo dai primi bombardamenti a tappeto che l’imperialismo in crisi imporrà a tutti per la sua sopravvivenza.
MCDONOUGH & BRAUNGART VS BAGAROLO: ECOEFFICACIA CAPITALISTA CONTRA ECOEFFICACIA SOCIALISTA
Abbiamo lasciato per ultimo il problema forse più grosso, perché vogliamo fare entrare ora nel discorso il compianto Tiziano Bagarolo, il compagno che meglio si è occupato del rapporto tra marxismo ed ecologia. Bagarolo ovviamente non ha usato il termine “ecoefficacia” ma è di questo che si è occupato. Il suo libro “Marxismo ed ecologia” è tutto dedicato al problema del ricambio organico con la natura che è il nome marxista dell’ecoefficacia.
Bagarolo ha scritto: «Dal punto di vista ecologico, i problemi fondamentali con cui occorre fare i conti nel prossimo futuro sono due: disaccoppiare lo sviluppo economico dalla crescita dei consumi di energia e dall’impiego delle fonti esauribili; promuovere l’impiego di tecnologie che riducano l’impatto ambientale» (corsivo nostro, nda).
E ancora: «non si può sfuggire all’interrogativo se la futura società comunista conoscerà ancora lo “sviluppo” oppure dovrà adattarsi a uno stato stazionario o declinante. Se con il termine sviluppo si intende ciò che ha caratterizzato la crescita industriale degli ultimi secoli, allora la risposta diventa inequivocabilmente che la società futura dovrà fare a meno di questo sviluppo. Ovvero: lo sviluppo che si identifica con e che abbisogna della crescita quantitativa (della popolazione; dei flussi di energia; dei materiali lavorati, consumati, trasformati in rifiuti ecc.) incontra dei limiti insuperabili nella disponibilità di materiali da estrarre dall’ambiente naturale e soprattutto nei margini di tolleranza degli ecosistemi e della biosfera […] Occorre eliminare l’equivoco che lo “sviluppo” coincida con la crescita degli scambi materiali tra l’uomo e la biosfera».
Quello che sembrano ignorare i critici della crescita infinita è appunto la storicità del modo di produzione attuale. Vedono il male nella crescita, dando per scontato che la crescita sia possibile solo in questo modo. La crescita è invece assolutamente possibile ma disaccoppiandola dallo sviluppo capitalistico. Nel sistema capitalistico la ricchezza si misura solo «sotto l’aspetto del valore di scambio (cioè della sua valutazione monetaria), l’unico che interessi al capitale, e non invece sotto l’aspetto del valore d’uso, che costituisce l’unica vera ricchezza secondo Marx […] il tempo di lavoro diventa la misura della ricchezza borghese (cioè del valore di scambio) entro i rapporti mercantili che caratterizzano il capitalismo, ma non è affatto la misura universale, sovrastorica, della ricchezza reale» (corsivo nostro). La ricchezza sovrastorica, cioè in sé e per sé, è data per Marx, quindi oggettivamente, dalla natura e dall’uomo.
Disaccoppiare lo sviluppo dalla crescita, significa appunto passare da una ricchezza basata sul valore di scambio, a una ricchezza basata sul valore d’uso, come nel comunismo primitivo, ma a un livello più alto. Di qui si può proseguire «esclusivamente (o quasi) come sfruttamento intensivo». La parola “intensivo” usata da Bagarolo, è una di quelle che fa andare fuori di testa i critici della crescita. Gli fa venire in mente subito i macelli cinesi o le monoculture. Ma qui la parola intensivo non ha nulla a che vedere con questo modo barbaro, idiota e tipicamente borghese di procedere. Per intensivo, si intende, la profondità con cui l’uomo penetra nella conoscenza della natura e delle sue leggi. Più le conosce, più comprende anche gli effetti a lunga scadenza e sa usarle a suo vantaggio. I principi dell’ecoefficacia sono, da questo punto di vista, principi intensivi perché vanno nella direzione giusta, di una migliore conoscenza e riproduzione dei cicli naturali. Intensività è intensività del ricambio organico. E abbiamo visto che il ricambio biologico naturale è a impatto positivo. Intensività è quindi intensività dell’impatto positivo. L’esatto opposto dell’attuale crescita, che è maldetta intensiva o che è intensiva dell’impatto negativo. Su scala storica infatti non ha niente di intensivo, visto che va solo verso l’esaurimento. È intensiva come una botte sempre più larga ma sempre più vuota.
Purtroppo però, i principi dell’ecoefficacia, su base capitalistica, continueranno ad essere i principi giusti applicati al modo di produzione sbagliato. Infatti il capitalismo, in qualsiasi versione, non può che basarsi sul valore di scambio, che è il valore distruttivo della ricchezza per eccellenza. È il valore in sé e per sé dell’eco-inefficienza. Per chi non è avvezzo ad espressioni quali valore di scambio e valore d’uso, spieghiamo la differenza con un esempio. L’automobile, nonostante la crisi nera che sta vivendo, continua ad essere il simbolo della produzione capitalistica. In questo sistema ha valore solo fintanto che viene venduta. La ricchezza si misura nel numero di auto prodotte e vendute. Se poi per il 90% della loro vita, le auto restano dei mostruosi pachidermi d’acciaio parcheggiati senza far niente, senza cioè consumare il loro valore d’uso, al capitalismo non importa. Nel socialismo, con una mobilità pubblica capillare e con un numero 10 volte inferiore di macchine automatiche da chiamare a comando, più robuste e durature, si potrebbe ottenere una ricchezza dieci volte superiore in valore d’uso. Il socialismo otterrebbe con 1/100 del lavoro sociale, quello che il capitalismo dissipa con un lavoro 100 volte maggiore. Da un punto di vista del valore di scambio, cioè della quantità di lavoro sociale impiegato per produrre auto, il socialismo sarebbe estremamente più povero rispetto al capitalismo, nei fatti invece, cioè nel valore d’uso, la ricchezza sarebbe 100 volte superiore perché a nessuno mancherebbe l’auto nel momento del bisogno. Non solo, nel capitalismo nel momento in cui una produzione ecoefficace viene smontata, il valore d’uso si conserva e viene sovraciclato, cioè moltiplicato ulteriormente. Quel valore 100 diventa 1000 e poi 1000 ancora nelle produzioni successive. Nella produzione capitalistica dalla culla alla tomba, ciò che va perduto irrimediabilmente, dopo la trasformazione del valore di scambio in dollari, è appunto il suo valore d’uso. I termovalorizzatori sono solo l’estremo tentativo di estrarre l’ultima goccia di valore di scambio di un prodotto, prima della distruzione totale e definitiva del suo valore d’uso, cioè della sua ricchezza oggettiva.
Il socialismo è già stato abbastanza ecoefficace quando era nella sua versione “reale”, cioè caricaturale e burocratica. Lo mostrano gli stessi McDonough e Braungart, ma poiché sono due liberoscambisti incalliti, finiscono per leggere male o ignorare gli stessi dati che offrono per il confronto tra capitalismo e comunismo. Tralasciando, per carità di patria, la loro visione men che giornalistica dello Stato, su cui non sanno neanche da che parte son girati, a un certo punto ci dicono che «in Unione Sovietica gli scienziati hanno stabilito che il 16% del territorio non è sufficientemente sicuro per viverci, a causa di un inquinamento e di una contaminazione industriali tanto gravi da essere stati definiti “ecocidio”». “Ecocidio” è anche il libro di un guru della sinistra riformista, Jeremy Rifkin, ma in questo caso si parla di ecocidio fatto dal capitalismo. E i dati che abbiamo visto per Agenda 2030, così come quelli che offrono McDonough e Braungart, non so se possono essere usati per definire scientificamente l’attuale disastro ambientale come “ecocidio”, ma certo basterebbero e avanzerebbero per evitare di contrapporre pianificazione socialista e libero scambio capitalista, non si sa infatti in base a quale dato razionale il capitalismo ci farebbe una migliore figura. Tanto più che qualche pagina prima i due autori fanno l’unico raffronto scientifico tra i due e casualmente perde il capitalismo. Sentiteli: «tradizionalmente la Repubblica democratica (Germania Est, nda) produceva in media la metà della Repubblica federale (Germania Ovest, idem), dotata di un’industria agricola più moderna ed efficiente. L’agricoltura “inefficiente” e meno evoluta della parte orientale, però, si è rivelata migliore per la salute dell’ambiente: ci sono ancora aree paludose che non sono state bonificate per fare spazio a monoculture e che ospitano specie rare, come 3000 coppie di cicogne, contro le 240 delle zone più sviluppate dell’Ovest».
La pianificazione di cui si sta parlando, è quella stalinista burocratica che aveva, grazie a deportazioni e collettivizzazioni forzate, proprio nell’agricoltura il suo tallone d’Achille. Una nuova pianificazione su basi sane ha ancora molto da fare per l’efficienza, per sostituire insomma Lysenko con Bagarolo, ma pare ben poco per l’ecoefficacia. Quello che qui hanno mostrato i due autori, infatti, è un capitalismo più ecoefficiente a fronte di un “socialismo” più ecoefficace, ma è destino degli invasati libero scambisti per l’ecoefficacia, non saper trarre le conclusioni delle loro stesse narrazioni e schierarsi nel campo sbagliato. Il socialismo burocratico è già stato abbastanza ecoefficace, il capitalismo no. E per il resto della barbarie sovietica, citata da due autori, in fondo possiamo disegnare un bel triangolo anche noi, all’angolo destro ci mettiamo stalinismo, a quello sinistro equità e in alto ecologia e poi ci mettiamo in mezzo: perché il comunismo non potrebbe provare anch’esso ad essere migliore di quel che è stato? Solo il capitalismo può farlo?
La pianificazione burocratica, ha già dato un ulteriore progresso compatibile con l’ecoefficacia dal versante dell’obsolescenza programmata e della scomposizione del prodotto. Abbiamo visto che un prodotto ecoefficace ha bisogno di essere diviso in due parti, tecniche e biologiche, e di essere facilmente scomponibile. Purtroppo ogni modo di produzione influenza la progettazione. La progettazione per il mercato dei valori di scambio è totalmente diversa da una progettazione per il valore d’uso. Cambiando lo scopo cambia anche il modo di progettare le cose. Lo ricordava la Pravda del 28 Novembre 1985, riportata dai nostri cugini della TMI: «i prodotti finali della nostra economia si adattavano perfettamente alla società sovietica ed erano assolutamente inadatti per principio ai mercati occidentali, alla “società dei consumi”. Tutti gli sforzi venivano orientati a ottener prodotti durevoli piuttosto che al design. Il mercato, al contrario, punta ad abbreviare la vita dei prodotti, costringendo così la gente a “consumare” sia beni che servizi» (riportato in Russia: dalla rivoluzione alla controrivoluzione, di Ted Grant). La difficoltà dell’economia pianificata a competere con quella di mercato era la difficoltà di una ricchezza in valore d’uso a penetrarne una basata sul valore di scambio; nei termini di McDonough e Braungart, ciò che valeva da un punto di vista ecoefficace, era del tutto inutile e dannoso per l’ecoefficienza, inseparabile dal profitto, del sistema capitalistico.
È molto difficile per l’ecoefficacia su base capitalistica vincere questo meccanismo perverso. Per quanti sforzi e successi possa ottenere, l’ecoefficacia capitalistica troverà sempre questo meccanismo a contrastarla vanificandoli in tutto o in parte. Idem dicasi per la scomposizione del prodotto. Così, infatti, continuava la Pravda: «guardate alla differenza fra due auto della stessa categoria: una prodotta per un’economia frugale, l’altra per un’economia crematistica, dedita al consumismo. In una Žiguli tutti i principali componenti del motore, dove generalmente sorgono problemi, sono posizionati in modo da essere accessibili senza l’aiuto di un’autofficina. Si può usare l’automobile per un decennio senza rivolgersi a un meccanico: tu stesso risolvi i problemi. In una Citroën – un’auto della stessa classe – le stesse componenti sono completamente inaccessibili. Devi pagare un intervento per ogni minima cosa».
Questo aspetto si vede anche oggi e ha contagiato anche gli oggetti più semplici. Si pensi ai cellulari, fatti in monoblocco per rendere complicato cambiare la pila e indurre il proprietario a cambiare modello. L’ecoefficacia applicata al valore di scambio, resta prigioniera di questa ridondante dissipazione. A ciò si aggiunga, infine, che i cicli biologici non conoscono il valore di scambio, ma operano solo con valori d’uso. Il ciliegio non produce frutti per portarli al mercato dei valori di scambio, scambiarli con gli uccelli e guadagnarci un fiorino. Li produce in abbondanza perché così fa la natura non capitalistica. Gli uccelli mangiano i frutti per sfamarsi, non per rivendere i semi una volta defecati. Imitare il valore d’uso dei cicli biologici col valore di scambio capitalistico che non conoscono, è come volere imitare il cerchio con il quadrato. E la quadratura del cerchio, come si sa, è impossibile. La quadratura ecoefficace del capitalismo pure.
CONCLUSIONI
Abbiamo già visto che l’ecoefficacia su basi capitalistiche non può modificare per niente il modo di funzionare di questo sistema. Nessuna possibilità di fermare l’anarchia del mercato; nessuna possibilità di aprire gli occhi alle sue forze cieche; nessuna possibilità di fermare il crescente squilibrio del sistema; nessuna possibilità di fermare le cicliche crisi; nessuna possibilità di diminuire il divario economico tra l’operaio e il padrone, anzi i principi di McDonough e Braungart sono l’ennesima premessa per aumentarlo; nessuna possibilità di fermare l’economia di guerra; nessuna possibilità, soprattutto, di passare da una ricchezza storica basata sul valore di scambio e distruzione del valore d’uso, ad una sovrastorica basata sul valore d’uso.
Se questo è vero, dobbiamo però chiederci se la borghesia possa adottare e generalizzare i principi di ecoefficacia. Questo non è impossibile, non solo perché abbiamo visto che già qualche gruppo importante li ha adottati, ma perché «la borghesia non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione» (Il Manifesto, Marx ed Engels). Il problema però è duplice. Innanzitutto, la rivoluzione ecoefficace non è una rivoluzione vera e propria di processo e strumentazione. È più che altro una riorganizzazione del processo. Non è immediatamente palpabile il vantaggio. Una macchina che faccia il doppio della produzione in metà tempo fa toccare con mano fin da subito il potenziale vantaggio di utilizzarla. Non così l’ecoefficacia che deve innanzitutto toccare le corde sensibili alla questione ambientale, e già questo non è facile, specie se si ha di fronte un padrone. Dover far leva sulla coscienza, anziché sulla praticità materiale, significa in secondo luogo volere procedere al contrario: sono le modificazioni materiali a cambiare la coscienza, non l’inverso. Se questo è già difficile di per sé, è ancora più difficile oggi quando la borghesia ha perso da tempo il suo carattere progressivo. Per una simile inversione, anche a non volere insistere troppo sulla legge materialistica, servirebbe come minimo l’ottimismo della borghesia rivoluzionaria di fine Settecento o dell’Ottocento. Non solo quell’ottimismo è scomparso da tempo, ma dietro la facciata ideologica, la borghesia da decenni secerne pessimismo cosmico come fosse la reincarnazione vivente di Leopardi. La borghesia è consapevole di non avere alcuna soluzione per i problemi del mondo, se non quella di continuare a riempire di chiacchiere i suoi media, lasciando che i fatti le smentiscano puntualmente. La riprova è che dalla pubblicazione del libro ad oggi, le produzioni dalla culla alla culla, continuano a contarsi sulla dita di una mano. L’Europa ha pure fatto degli sforzi per incrementarli, con un sito apposito, ma non sembra che sia riuscita a smuovere più di tanto gli imprenditori.
L’ecoefficacia non ha comunque scampo: se vuole generalizzarsi deve dimostrare nei fatti di essere decisamente più profittevole dell’ecoefficienza. I suoi successi ambientali non possono niente se non sono accompagnati da un successo chiaro e lampante sul piano commerciale. Al momento, forse per questo, l’ecoefficacia resta qualcosa di nicchia, un po’ come il mercato equo & solidale. Addirittura è più indietro rispetto alla familiarità delle persone. L’equo & solidale lo conoscono ormai un po’ tutti, l’ecoefficacia praticamente ancora nessuno. L’ecoefficacia non sconta però gli stessi limiti del mercato equo & solidale. I limiti dell’ecoefficacia, come abbiamo visto, sono quelli del capitalismo in generale. I limiti del mercato equo & solidale sono quelli di un sottogruppo particolare della piccola borghesia. Non abbiamo bisogno di fare anche la critica del mercato equo & solidale, ci ha già pensato a suo tempo Rosa Luxemburg in Riforma sociale o Rivoluzione? Ovviamente a quel tempo, i primi del ’900, non esisteva il mercato equo & solidale, semplicemente perché si chiamava in altro modo. Allora prendeva il nome di “cooperativa di produzione”. Era il revisionista Eduard Bernstein a tesserne lodi taumaturgiche del sistema capitalistico. Così le stroncava la nostra Rosa: «le cooperative di produzione […] rappresentano per la loro stessa natura qualche cosa di ibrido in mezzo all’economia capitalistica […] nel caso più favorevole […] sono destinate al piccolo smercio locale ed a pochi prodotti di necessità immediata, preferibilmente generi alimentari. Tutti i rami più importanti della produzione capitalistica: l’industria tessile, carbonifera, metallurgica, petrolifera, come pure la fabbricazione di macchine, locomotive, navi, sono escluse a priori dalla cooperativa di consumo e quindi anche da quella di produzione».
È il ritratto del mercato equo & solidale che vorrebbe combattere e vincere sul grande capitale coi piccoli produttori e lasciando perdere il troncone principale dell’economia capitalistica: la produzione di mezzi di produzione sempre più giganteschi. A ciò si aggiunga che il piccolo come il grande produttore continuano ad isolarsi dal mercato ignorando i suoi bisogni. Continua insomma ad avere gli stessi difetti del grande capitale senza avere un solo suo pregio, a cominciare dal suo dinamismo che lo porta a fondersi con gli altri grandi capitali in pochi giganteschi monopoli. Il piccolo produttore, col suo piccolo capitale, vuol far andare indietro la ruota della Storia, cristallizzandola all’inizio dell’era capitalistica. Un capitalismo immobile però non esiste, e il piccolo capitale di oggi è solo il grande monopolio di domani. Generalizzare il piccolo produttore equo & solidale come della cooperativa di produzione, significa solo, per dirla con Marx, cristallizzare in tutto e per tutto la mediocrità capitalistica, sacrificando il suo meglio, la grande e più economica produzione su scala internazionale, il che è comunque e per fortuna impossibile.
L’ecoefficacia non ha gli stessi difetti della ruota che gira al contrario. La riprova è che McDonough e Braungart lavorano con i più grandi monopoli capitalistici. Non di meno una rivoluzione ecoefficace sembra oggi alquanto improbabile, almeno fino a quando il capitale non si sarà lasciato alle spalle l’era fossile. Finita questa, non possiamo togliere a priori ogni speranza all’ecoefficacia. Una speranza però che non ha niente a che vedere col sogno ad occhi aperti di McDonough e Braungart di un capitalismo interamente ecoefficace. Come non è mai esistito un capitalismo interamente a carbone o interamente elettrico, così non ci sarà mai un capitalismo interamente ecoefficace. Il capitalismo reale domina ormai in tutto il mondo, ma non in maniera uniforme. Dovunque il capitalismo si estende, si estende sempre in modo diseguale e combinato. I metodi e le tecnologie più avanzate, convivono sempre accanto a quelle più arretrate e ibride. Ne segue che anche nella migliore delle ipotesi, l’ecoefficacia capitalistica convivrà sempre accanto al capitalismo ecoefficiente, anche nel caso dovesse prevalere su quest’ultimo.
Questo è vero non solo su scala generale ma anche nel singolo prodotto. L’avanzamento del modo di produzione capitalistico è anche l’avanzamento della divisione internazionale del lavoro. Già oggi non esiste praticamente un solo prodotto che possa dirsi prodotto in loco. Ogni produzione incorpora parti provenienti da ogni luogo. L’abbiamo visto anche col tessuto ecoefficace che ha coinvolto una ditta chimica esterna all’azienda che l’ha commissionato. E non sappiamo come abbia prodotto i 38 componenti prescelti. Un prodotto finale in ogni caso è l’interazione di mille altri prodotti, computer, macchinari e strumentazione varia necessaria per farlo. Potrà anche essere definito alla fine “made in Italy” o “made in China”, ma è fondamentalmente “made in Global”, e poiché per la legge dello sviluppo ineguale e combinato a livello globale i metodi più avanzati del capitalismo convivranno sempre con quelli più arretrati, non c’è speranza per una produzione interamente ecoefficace.
Inoltre se è vero come abbiamo detto, che non è difficile capire che un prodotto pensato per tutelare anche l’ambiente, possa ottenere su quel versante migliori risultati di un prodotto progettato per fregarsene, è anche vero che noi abbiamo visto solo tre esempi pratici. Tre esempi, che possono essere considerati, esempi pilota. Esempi in condizioni, non diciamo favorevoli, ma comunque in regime di grandi monopoli capitalistici. Il problema, su base capitalistica, è passare da esempi pilota, all’intera filiera. E abbiamo visto che l’intera filiera sarà sempre un combinato di ecoefficacia e ecoefficienza. Come è facile comprendere i migliori risultati ambientali di chi all’ambiente ci pensa, non è difficile capire che su basi capitalistiche, in regime di libero scambio, un prodotto che prenda in considerazione tre soli aspetti, massima produzione, minor costo possibile, massimo profitto possibile, è probabile che alla fine costi meno di un prodotto analogo che prenda in considerazione più fattori. Almeno questa è la tendenza di fondo. Il poco successo dell’ecoefficacia a livello mondiale che abbiamo documentato, può darsi si debba proprio a questo. In un’economia basata sul valore d’uso questo non è un problema. Abbiamo già visto infatti che nel socialismo un decimo del lavoro sociale, può produrre 100 volte il valore d’uso che produce il capitalismo. Questo è doppiamente vero a livello unitario. Un’auto ecoefficace progettata nel socialismo per il valore d’uso, può costare il doppio in termini di lavoro sociale necessario a produrla. Ma più fattori riesce a prendere in considerazione per la sua durata, per l’ambiente e per il sovraciclaggio, più aumenta il suo valore d’uso, cioè la sua vera ricchezza. E questo è vero, in ogni caso, solo nelle prime fasi della fase di transizione dal capitalismo al socialismo. Il socialismo accelera a passi da gigante il progresso tecnologico. Questo significa che pur progettando le cose tenendo conto di più fattori, nel giro di poco anche il lavoro sociale necessario per produrle si dimezzerà anche rispetto all’era capitalistica che pensava solo a tre aspetti.
Naturalmente questo non significa che oggi gli sforzi ecoefficaci siano vani. Come non è la stessa cosa un capitalismo che va a petrolio anziché a energia solare, alla stessa maniera anche un mezzo capitalismo ecoefficace sarebbe comunque un progresso, almeno per l’ambiente, rispetto a quello attuale ecoefficiente. Marx ha descritto il Capitale come categoria economica generale, ma ha ricordato che questo non impediva al singolo capitalista di innalzarsi, come McDonough e Braungart, al di sopra del livello medio. A McDonough e Braungart va appunto riconosciuto questo merito.
Si è fatta la critica materialistica all’ecoefficacia, non per suscitare l’indifferenza ai suoi principi e alla loro applicazione, ma per mostrare l’impossibilità, su basi capitalistiche, di una completa e piena attuazione. L’ironia sottile che talvolta siamo stati costretti a usare contro l’ingenuità di McDonough e Braungart, non cambia il fatto che i loro principi, presi a sé, siano sostanzialmente corretti, perché sono i principi del ricambio organico del materialismo dialettico. Come Marx ha irriso gli economisti borghesi, riconoscendo però i progressi scientifici fatti fare all’economia politica da Smith e Ricardo, alla stessa maniera qui riconosciamo il progresso fatto fare da McDonough e Braungart al ricambio organico con la natura su cui tanto insistette l’ultimo Engels.
Il ricambio organico dell’ecoefficacia, su basi capitalistiche, resterà sempre prigioniero del libero commercio, della libera compravendita, della caduta tendenziale del saggio di profitto, delle crisi di sovrapproduzione e di un’economia classista e di guerra. Anche se apparentemente sembrerà mettere al centro ambiente ed ecologia, ecologia ed ambiente saranno sempre a rimorchio del profitto e della massimizzazione del distruttivo valore di scambio. L’intera ecoefficacia ruoterà sempre attorno a quest’ultimo.
Liberata dai limiti angusti del sistema borghese, applicata al valore d’uso, il valore reale della ricchezza, l’ecoefficacia dispiegherà tutto il suo potenziale nel socialismo, quando tutte le conoscenze scientifiche saranno messe a disposizione della popolazione secondo un piano collettivo che stabilisca in partenza bisogni e necessità, anche ambientali, ricomponendo la frattura tra uomo e natura, tra città e campagna e tra uomo e uomo. Un piano che non ripartirà la ricchezza in base alla legge di mercato e a chi possiede i mezzi di produzione, ma la ripartirà in maniera proporzionale in base alla quantità e qualità del valore d’uso prodotto.
Non sappiamo come il socialismo perfezionerà tali principi. Forse scomporrà ancora di più la produzione, forse l’ecoefficacia prenderà un altro nome. Una cosa è sicura, l’intuizione di fondo sarà alla base della pianificazione. Il socialismo funzionerà in maniera armonica, coordinando sul piano mondiale il ricambio organico, come un’unica grande pianta in perfetta simbiosi col respiro ampio e profondo della Terra. È questa la direzione, quella indicata da McDonough e Braungart. Nel socialismo, però, il cuore pulsante non sarà il pianeta Terra e il suo ecosistema, ma il suo elemento cosciente, l’uomo, che integrerà in un tutt’uno il vecchio metabolismo biologico, col nuovo metabolismo tecnico. L’uomo sarà in simbiosi con la Terra, come fosse quello che è: il suo cervello integrato. Perciò i principi dell’ecoefficacia vanno leggermente rivisti e rimodulati, alla luce delle nostre critiche. La nostra formula è: dalla culla alla tomba, del capitalismo; dalla culla alla culla, del socialismo!
Cradle To Cradle for the socialism!
Cradle To Cradle for Revolution!
Bibliografia ragionata
Accludo qui un elenco di libri che possono aiutare ad approfondire la questione. Alcuni sono citati nel testo, altri no ma sono stati utili per una conoscenza più vasta del problema.
Ian Angus – Anthropocene: capitalismo fossile e crisi del sistema Terra
Tiziano Bagarolo – Marxismo ed ecologia
Eftichios Bitsakis – La natura nel pensiero dialettico
Eftichios Bitsakis – La materia e lo spirito
Friedrich Engels – Antidhüring
Friedrich Engels – Dialettica della natura
Ted Grant e Alan Woods – La rivolta della Ragione
Ted Grant e Alan Woods – Russia dalla rivoluzione alla controrivoluzione
Friedrich Hegel – Scienza della logica
Saitō Kōhei – Il capitale nell’antropocene
Richard C. Lewontin – Biologia come ideologia
Serge Latouche – Come sopravvivere allo sviluppo
Michael Löwy – Ecosocialismo, l’alternativa radicale alla catastrofe ecologica capitalista
Rosa Luxemburg – Riforma sociale o rivoluzione?
Karl Marx – Discorso sul libero scambio
Karl Marx – Il Capitale
McDonough e Braungart – The Upcycle: Beyond Sustainability – Designing for Abundance
Michele Nobile – Merce-natura ed ecosocialismo
Karl Polanyi – La grande trasformazione
Jereremy Rifkin – Ecocidio
Hans Ruesch – Imperatrice nuda
Adam Smith – La ricchezza delle nazioni


