Prima pagina

Cina, la legge di “unità etnica”

Un nuovo tassello nell’evoluzione sempre più reazionaria del regime capitalista cinese

Alessio Ecoretti

Lo scorso 12 marzo il governo cinese ha approvato una controversa legge, che entrerà in vigore a partire da luglio e il cui obiettivo dichiarato è quello di “rafforzare la coesione sociale”.
Il testo non è un granché e tradisce la natura reazionaria dei suoi ideologi: il preambolo si dilunga in elogi sulla grandezza e sull’antichità del popolo cinese, sulla sua presunta unità (viene da chiedersi perché sia necessaria una legge per rinsaldarla, se davvero fosse così inossidabile e radicata), sulla «resistenza all’invasore», sulla continuità della «civiltà cinese». Arriva persino ad affermare che tutte le etnie del Paese avrebbero auspicato quest’unità politica (quella della “grande Cina” imperiale? Non esattamente quello che potremmo definire un modello di socialismo), ignorando un Novecento costellato di insurrezioni e di sommosse indipendentiste da parte delle minoranze più consistenti. Si spinge ad azzardare che il Partito Comunista Cinese persiste a combinare la teoria marxista relativa alle etnie con le condizioni specifiche della Cina, senza tuttavia entrare minimamente nel merito di tale teoria o del perché di una specifica politica cinese sull’argomento.

Ma il succo è un altro, ed è necessario dare un breve assaggio dei 65 articoli che compongono questa legge disgustosamente reazionaria, ricoperta di melassa patriottarda, paranoie antisecessioniste, banalità antistoriche e una totale assenza di contenuti anche solo vagamente riconducibili a una prospettiva di classe. I cittadini sono obbligati a preservare l’unità nazionale (articolo 10); lo Stato deve promuovere la lingua e la scrittura comuni, le scuole devono fare altrettanto (ma, si dice, per meglio «integrare la gioventù e le minoranze» (sic), mica per reprimerle), i documenti redatti nelle lingue minorizzate devono essere accompagnati da traduzioni in mandarino, le istituzioni di qualsiasi tipo sono tenute a mettere in risalto la lingua di maggioranza (articolo 15, che si chiude con una subdola postilla in cui si afferma una generica e non meglio specificata protezione delle lingue di minoranza); le scuole devono promuovere un forte senso di comunità del popolo cinese da attuarsi soprattutto attraverso l’educazione (articolo 16) e via dicendo, in un ripetersi di articolo in articolo delle stesse disposizioni, degne di qualsiasi Stato borghese.

Ma qual è la situazione delle nazionalità non han (cioè non appartenenti alla maggioranza) nello Stato cinese? Cinquantasei gruppi etnici (1) sono ufficialmente riconosciuti e, in molti casi, godono di differenti forme di autonomia. Anche se, dal punto di vista legislativo, si tratta di una situazione migliore di quella di molti Paesi europei (per esempio, fino a qualche tempo fa gli appartenenti alle minoranze nazionali erano ufficialmente esenti dal limite di un figlio per famiglia, proprio in un’ottica di tutela), le regioni autonome non possono essere ritenute un sostituto credibile di quelle che erano le repubbliche socialiste sovietiche secondo il modello di autodeterminazione leninista. Senza il diritto all’autodeterminazione, che comprende per forza di cose la possibilità di separarsi e l’indipendenza, non si può parlare di una reale autonomia dei popoli assoggettati alla Cina.
Non a caso, gli attivisti dei gruppi nazionali più attivi nei movimenti (uiguri, tibetani, mongoli) vengono sistematicamente gettati in gattabuia e il processo di sinizzazione di queste regioni è molto avanzato, al punto che le stesse “regioni autonome” rischiano di vedere le popolazioni native ridotte in minoranza. A questo fanno da contraltare alcune forme di tutela, solitamente piuttosto blande, verso questi cinquantasei gruppi etnici, ben lungi dall’essere sufficienti a controbilanciare le pressioni di una popolazione politicamente e numericamente ben più forte (a essere onesti, sarebbe necessario avanzare un dibattito sul fatto se sia corretto o meno definire come appartenenti alla stessa nazionalità mandarini, min, wu, hunanesi, gan, hakka e cantonesi, in quanto potrebbe rendere il quadro più frammentato di ciò che narrano i censimenti).

In sostanza, sin dai suoi albori il regime cinese ha preferito a un’effettiva forma di federalismo socialista l’attribuzione di forme di autonomia subordinate (regioni, prefetture, contee, e via dicendo). Ma le due impostazioni non sono comparabili e non hanno mai posto le minoranze nazionali sullo stesso piano della maggioranza han, proprio perché sono trattate come popoli da tutelare e non come nazionalità politicamente federate, dotate di istituzioni capaci di rappresentare e difendere gli interessi specifici del loro proletariato. E questo, indipendentemente dal giudizio sul carattere del regime cinese, resta un elemento deteriore e destabilizzante finché non verrà affrontato in modo favorevole ai popoli minorizzati, ossia accordandogli lo status di Stati associati alla Repubblica Popolare Cinese con l’obiettivo di costruire una Federazione Socialista Asiatica o la completa separazione politica.

Le regioni autonome, inoltre, sono poche rispetto al numero di popolazioni presenti nello Stato (Tibet, Xinjiang/Uigur, Mongolia Interna, Guangxi e Ningxia; doveroso far notare che non dispongono neppure di loro specifici vessilli), mentre le entità autonome minori sono numerosissime. È lecito sospettare che l’esistenza stessa di queste regioni autonome sia il risultato di intense lotte popolari per l’autodeterminazione, precedenti e successive all’annessione da parte degli stalinisti cinesi, che negli anni Quaranta non esitarono a occupare e distruggere la Repubblica Popolare della Mongolia Interna e la Seconda Repubblica del Turkestan orientale, all’epoca Stati socialisti indipendenti.

Come si faccia a giustificare l’occupazione di Stati indipendenti, che di fatto riproducono l’estensione territoriale della Cina imperiale, da un punto di vista marxista resta un mistero. Non a caso, lo pseudocomunismo cinese ha dovuto ricorrere a ricostruzioni storiche di fatto nazionaliste, se non apertamente imperialiste, per legittimare queste annessioni.
Queste scelte hanno contribuito ad alimentare l’anticomunismo dei popoli coinvolti, offrendo nuove argomentazioni a partiti e movimenti reazionari che, paradossalmente, hanno potuto denunciare il colonialismo cinese (significativo che in Tibet le riforme filopopolari siano state attuate soltanto dopo la ribellione del 1956-’59, e non subito dopo l’annessione). Del resto, è doveroso far notare anche che a partire dal 2020 la direzione della Commissione Nazionale per gli Affari Etnici sia stata affidata a un esponente della maggioranza han, in linea con l’indirizzo nazionalista promosso da Xi Jinping e con le scelte politiche scioviniste espressione del cosiddetto “sogno cinese”.

L’assenza di entità politiche separate espone inoltre le minoranze al rischio perpetuo di subire ostilità e ondate di rabbia sciovinista da parte della maggioranza. Durante la tanto decantata Rivoluzione Culturale, per esempio, numerosi quadri della regione autonoma della Mongolia Interna sono stati liquidati, anche fisicamente, e la popolazione mongola fu vittima di un’intensa e aggressiva repressione, con l’obiettivo di sradicare le tendenze “contro il partito” e il “separatismo” (1967-1969). Il razzismo, inoltre, non è affatto scomparso nella Cina contemporanea: minoranze e migranti continuano a esserne le principali vittime.

Per alcune di queste popolazioni le politiche assimilazioniste rappresentano un affronto ancor più grave alla luce del contributo determinante in termini umani e di sangue ai movimenti rivoluzionari in Cina (non che una sua eventuale assenza possa fungere da giustificazione rispetto allo sciovinismo e al colonialismo interno di Pechino), e le conquiste sociali nel Paese sono avvenute anche grazie alla loro lotta di massa. Oggi, tuttavia, sono indicate come «minoranze etniche» facenti parte di una più grande «nazione cinese». Al di là dei possibili equivoci linguistici, è evidente la volontà di rivangare il fatto che la Cina è Cina soltanto, negando l’identità plurinazionale dello Stato.

Le prospettive di autodeterminazione e di fratellanza internazionale di quelli che erano il Partito Comunista Tibetano, il Partito Rivoluzionario del Turkestan Orientale e il Partito Popolare Rivoluzionario della Mongolia Interna sono state ampiamente disattese e, oggi, sono una volta di più tradite barbaramente (ed è un monito per quei comunisti, o presunti tali, che da destra o da sinistra negano una qualsiasi importanza della questione nazionale, che stando a certi teorici ha avuto una data di scadenza. Comunisti che evidentemente non hanno dovuto subire la repressione linguistica e culturale che colpisce centinaia di nazioni non indipendenti nel mondo). I dirigenti di questi partiti – come Phuntsok Wangyal, che pure per fedeltà di partito aveva attenuato le rivendicazioni concernenti l’autodeterminazione tibetana – “integrati” a quello cinese dopo il 1949, subirono la pesante repressione dello stalinismo cinese, in senso fisico e ideologico (sopratutto in territorio uiguro, dove operarono gruppi filosovietici fino alla fine degli anni Sessanta, come il Fronte Nazionale Unito del Turkestan Orientale e il Partito Popolare Rivoluzionario del Turkestan Orientale).

Uno Stato cinese che andrebbe criticato duramente, visto il tradimento dei principi marxisti internazionalisti, ma che è superficialmente celebrato dalla sinistra campista, ignava dinanzi alla sistematica e priva di scrupoli repressione di qualsiasi tendenza più a sinistra del rosso stinto del Partito Comunista Cinese, come il Partito Zhi Xian (o “Costituzionalista”, perché auspicava un ritorno al modello maoista), il Partito Comunista Maoista di Cina (anch’esso dichiaratamente avverso alla restaurazione capitalista in favore di un ingenuo “vero maoismo”), i gruppi della gioventù di sinistra che si sono distinti nelle lotte per i diritti dei lavoratori e contro la corruzione all’interno delle istituzioni e degli organi dirigenti (in particolare, nella Jasic di Shenzhen), la Società marxista dell’Università di Peking (la cui repressione ha dimostrato quanto i burocrati del PCC temano l’effettiva applicazione del marxismo o un qualsiasi dibattito concreto su di esso) e i gruppi trotskisti (presenti al momento soprattutto a Hong Kong ma con precursori di un certo prestigio, come Chen Duxiu, Chen Qichang, Chen Bilan). Ma d’altronde c’è poco da aspettarsi da quegli elementi di sinistra che giustamente si scaldano parlando dei nativi americani (e discutendone come se fossero ormai tutti morti e sepolti, e non un soggetto vivo impegnato in lotte nazionali, ecologiche e di classe) ma un tantino distratti nel rilevare che i precursori di alcuni dei loro regimi favoriti abbiano sostanzialmente compiuto crimini analoghi. A costoro è necessario ricordare che la politica dei “due pesi, due misure” la possiamo lasciare all’ipocrisia borghese e ai reazionari, e che la critica indigenista in un’ottica militante e socialista è valida per gli Stati Uniti come per la Cina, la Russia, gli Stati europei o il Brasile.

Questa legge non chiuderà il ciclo delle battaglie nazionali nella Repubblica Popolare Cinese, né “integrerà” le nazionalità non han. A dispetto del carattere ferocemente repressivo del regime cinese, ingenti ed episodiche manifestazioni delle minoranze sono scoppiate con una certa costanza negli ultimi vent’anni: le proteste nell’Uigur nel 2008, 2009 e 2013; quelle tibetane del 2008, 2010, 2012; quelle mongole nel 2011 e nel 2020 (quest’ultima scaturita proprio a causa della sostituzione curricolare del mongolo in favore del mandarino). Proteste riguardanti la politica linguistica sono avvenute persino a Canton e a Hong Kong, nel 2010, quando la popolazione ha rigettato in massa la proposta di aumentare la presenza mediatica del mandarino a sfavore del cantonese.

Esiste un’alternativa a questo ulteriore e criminale tassello verso un “genocidio non violento”. La teoria e la pratica marxista hanno sviluppato nel tempo delle posizioni molto chiare sulle nazionalità oppresse. E le restrizioni verso l’uso delle lingue minorizzate, l’imposizione degli idiomi più forti e l’obbligo di apporre traduzioni della lingua di maggioranza, il trattare le minoranze come «rami» che partono da un «tronco» (parole di Xi Jinping), l’ossessione per l’unità “nazionale”, non c’entrano nulla con il marxismo. E al proletariato poco importa se un territorio sia stato soggetti a un impero o a un altro per 10, 100 o 1000 anni, perché se una nazione è oppressa da alcuni secoli o da pochi decenni poco cambia, l’obiettivo resta identico: quella nazione va liberata.

(1) Indicativamente si parla di zhuang, uiguri, tibetani, mongoli, manciù, hmong, yi, tujia, buyei, dong, yao, bai, hani, coreani, li, kazaki, dai, lisu, she, dongxiang, gelao, lahu, shui, wa, naxi, qiang, tu, mulao, kirghisi, xibe, salar, jingpo, daur, blang, maonan, tagiki (anche se, a voler essere precisi, sono popolazioni appartenenti a diversi gruppi pamiri), achang, pumi, nu, evenchi, jino, bonan, de’ang, russi, tatari, vietnamiti, iuguri, uzbeki, monpa, oroqen, derung, hezhen/nanai, lhoba, cui il governo cinese somma anche gli aborigeni taiwanesi e gli hui. Questi ultimi, pur disponendo persino di una regione autonoma, hanno come principale elemento distintivo rispetto alla nazionalità dominante il culto (sono musulmani). Su alcuni gruppi vertono delle dispute sul loro status di etnia o meno, e non sono legalmente riconosciuti, come i lingao, waxiang, gyalrong, mosuo, äynu (da non confondere con la quasi omonima popolazione dell’isola di Hokkaidō), caijia, mojia, baima, khmu, utsuls, akha, altaici, ryukyuani, tuvani, bugan, buyang, mishmi, bolyu, hu, kirghisi fuyu, manmi, kangjia, mang, qabiao, ili.

https://www.chinalawtranslate.com/en/ethnic-unity-and-progress-law

https://www.internazionale.it/ultime-notizie/2026/03/12/cina-approva-legge-unita-etnica