Morto nel circuito della de-personalizzazione
Cinque agenti della penitenziaria indagati. Un precedente del 2015. Il rapporto tra il controllo dei corpi e il mercato e l’organizzazione capitalistica del lavoro
Partito Comunista dei Lavoratori – Friuli-Venezia Giulia
Il sistema carcerario in Friuli Venezia-Giulia uccide ancora. Dopo la morte di un detenuto presso lo stabilimento del Coroneo a Trieste avvenuta lo scorso 25 maggio, un detenuto presso la Casa circondariale di Pordenone è morto poco dopo l’arrivo in ospedale.
Mamdouh Mohamed Khodair Karam, egiziano di 19 anni, è morto lunedì 17 agosto. È morto perchè cercava, a modo suo, di recuperare quella piena soggettività che lo schiacciante e de-umanizzante sistema di espropriazione dell’identità personale, qual è la gestione militarizzata e coloniale dei flussi migratori, gli aveva coercitivamente estorto. Mamdouh, infatti, era passato anche per il CPR di Gradisca d’Isonzo, dove anche lì, contro la de-personalizzazione di un’istituzione totale (che la stessa Consulta ha considerato aliena dalla riserva di legge dell’art.13 c.2 della Costituzione) e le sue conseguenze immediate (dalla piena recisione con l’esterno alla gestione sanitaria di tipo manicomiale), aveva voluto rivendicare, assieme ad altri internati, la propria emancipazione da quella zona nera del diritto dove la dignità è annullata per protocollo gestionale. Questo protocollo gestionale che diventa strumento di sfoggio muscolare da parte dello Stato classista borghese che, attraverso la narrazione della criminalizzazione dei bisogni dell’internato, trasmette mediaticamente la sua retorica autoreferenziale della perenne emergenza (incluso il delirio meloniano sulla “difesa nazionale” dall’invasione “militare” di migranti).
A Gradisca Mamdouh aveva quindi partecipato ad una delle tante rivolte con l’incendio del materasso. Catturato nel circuito chiuso della detenzione amministrativa-penale, voleva ripetere la stessa azione anche nella casa circondariale di Pordenone finitovi per una “resistenza a pubblico ufficiale” non dettagliata pubblicamente. Ma le circostanze stavolta hanno avuto un esito drammaticamente diverso: ufficialmente è morto per asfissia causa il fumo provocato dall’incendio, ma ad oggi non possediamo ancora elementi dettagliati rispetto l’intera dinamica delle circostanze. La Procura però ha iscritto nel registro degli indagati cinque agenti della polizia penitenziaria per cooperazione in omicidio colposo omissivo (artt. 113 e 589 cp), come “atto dovuto” in attesa dell’autopsia.
CONTROLLO SUI CORPI E GESTIONE DELLE CONTRADDIZIONI SOCIALI: DAI CPR ALL’AMBIENTE DI LAVORO
Mamdouh Mohamed Khodair Karam, come tutti i detenuti proletari marginali e sotto-proletari morti in carcere, è caduto nel contesto generale delle politiche repressive e securitarie, funzionali alla gestione del contingentamento della forza-lavoro rispetto le catene della valorizzazione globale del capitale che spingono, sotto i colpi della crisi prodotta dallo stesso sfruttamento capitalistico, la torsione imperialistica, militaristica e bellicista, con il suo corollario di legislazione repressiva sul piano del fronteggiamento dell’esclusione sociale e della stessa lotta di classe.
Elementi del protocollo de-personalizzante applicato nel circuito della detenzione amministrativa-penale sono già utilizzati, seppur in forma declinata contestualmente, in determinati ambienti di lavoro, dall’appalto della logistica alla sub-fornitura del manifatturiero, dall’agricoltura all’edilizia passando per molti settori del terziario, rendendo la forza-lavoro in totale balia dell’arbitrio padronale e della legislazione statale a sostegno di questo. La stessa strage di morti sul lavoro ne è conseguenza.
E non è un caso che si continua a de-personalizzare in termini politici la stessa classe operaia e lavoratrice sul piano di una sua soggettività politica indipendente, ovvero un partito operaio indipendente e anticapitalistico, imponendo invece come scontato e necessario il paradigma di un bipolarismo governativo di classe borghese.
STATISTICHE CARCERARIE
Come evidenziato dal recente XXII rapporto dell’associazione Antigone le carceri italiane non hanno mai ospitato così tante persone dal 1992.
Complessivamente nel corso del 2025 si sono registrati 254 decessi a fronte di una popolazione detenuta media di 62.841 persone. Il dato si inserisce in una costante ascesa negli ultimi cinque anni, passando da circa 3,3 decessi ogni 1.000 persone detenute nel 2021 a circa 4,0 nel 2025.
Il dato più drammatico riguarda i suicidi. Nel 2025 almeno 82 casi: 13 suicidi ogni 10mila detenuti.
I reati in Italia restano sostanzialmente stabili e in tempi recenti sono pure in calo.
Ma la popolazione carceraria aumenta, e oggi supera le 64.400 unità. Il tasso di sovraffollamento ha raggiunto il 139,1%, con 73 carceri al di sopra del 150% di capienza.
L’aumento di detenuti è dato proprio dagli effetti della legislazione repressiva degli ultimi anni, che ha aumentato le tipologie di reato (55) e prolungato la durata delle pene (per 65 fattispecie).
L’impostazione repressiva si distingue anche per il suo fallimento rispetto la stessa filosofia borghese del diritto costituzionale di cui il comma 3 dell’art. 27 sul recupero del detenuto: solo il 40,8% delle persone detenute è alla prima carcerazione. Il 45,9% è già stato in carcere da una a quattro volte. Il 10,6% da cinque a nove volte. Il 2,7% addirittura più di dieci volte.
È la dimostrazione di un sistema che non reinserisce e, di conseguenza, che genera ulteriore emarginazione e insicurezza sociale.
Inoltre, dal 2022 ad oggi il carcere si è ulteriormente chiuso rispetto al mondo esterno, con limitazioni sempre più stringenti agli ingressi della società civile: operatori legali, assistenziali, rieducativi ecc. Vi è stata una progressiva riduzione della libertà di movimento dei detenuti e altre restrizioni ambientali rispetto alle quali solo dopo numerose proteste, nel maggio scorso, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (DAP) ha restituito ai Provveditori regionali il potere decisionale sulle attività della società civile negli stabilimenti.
IL PRECEDENTE A PORDENONE E IL SOVRAFFOLAMENTO CARCERARIO IN FRIULI-VENEZIA GIULIA
Il carcere del Castello di Pordenone non è nuovo ad episodi di morti sospette di giovani detenuti.
Il 7 agosto 2015, Stefano Borriello, di 29 anni, è trasportato dal carcere di Pordenone in condizioni molto gravi all’ospedale locale dove muore poco dopo l’arrivo. Viene stabilito che la morte è dovuto ad una polmonite contratta in carcere e non curata. La Procura tenta dapprima di archiviare il caso ma alla fine si va a processo, grazie anche alla reattività della madre della vittima e dei legali e dei periti dell’associazione Antigone costituitasi parte civile. L’imputato è il dirigente medico del carcere, l’accusa è di omicidio colposo. Alla fine, mentre lo stesso PM ne richiede l’assoluzione, l’imputato viene effettivamente assolto per insufficienza di prove (art. 530 comma 2 c.p.p).
I carceri del Friuli Venezia-Giulia sono tutti sovraffollati. Quello di Udine è tra gli otto istituti con il tasso di affollamento oltre il 200%, sulla stessa linea di S.Vittore a Milano. Seguono lo stabilimento triestino del Coroneo (185% della capienza), quello di Pordenone (al 148%), di Gorizia (130%). C’è poi il caso dello stabilimento di Tolmezzo, che viene presentato come “rispettoso” della propria capienza ma che presenta un sovraffollamento del 123% nel circuito dell’alta sicurezza.
Le carenze igieniche e sanitarie, il degrado ambientale, sono all’origine anche della rivolta al Coroneo dello scorso 31 maggio, e la criticità della sanità penitenziaria è stata denunciata recentemente pure dal Garante regionale dei diritti della persona, Enrico Sbriglia.
CAMPO LARGO E LEGISLAZIONE REPRESSIVA
Di fronte a tutto questo PD e M5S convergono nella politica carceraria di regime, in linea con la loro presentazione di credibilità come soluzione “alternativa” di governo capitalistico, convergendo nell’appello all’aumento dei dispositivi carcerari come soluzione principale dei sovraffollamenti, in tal senso invocando l’accelerazione dell’apertura del nuovo carcere di S.Vito al Tagliamento. Parlano chiaro le parole pronunciate da Fausto Tomasello e Valentina Francescon, per le segreterie pordenonese e regionale rispettivamente, così come le dichiarazione della consigliera regionale del M5S Rosaria Capozzi.
Il Campo Largo deve sfoggiare le sue credibilità nel continuismo della gestione securitaria degli effetti sociali delle politiche richieste dal capitale.
Del resto, ad oggi, non ci risultano dichiarazioni di impegni abrogativi di PD o M5S, in caso di vittoria elettorale, rispetto la Legge n.54/2026 (Decreto Sicurezza) con il suo fermo preventivo politico, tra le altre cose, né della Legge n.80/2025 (Pacchetto sicurezza) con tutto il suo apparato sanzionatorio nei confronti di manifestazioni e contestazioni.
L’ALTERNATIVA PROLETARIA ANTICAPITALISTICA
Un radicale mutamento dell’attuale ordinamento penale e penitenziario richiede un rivolgimento dell’attuale ordinamento sociale, uno Stato operaio. Solo una risoluzione operata da un governo anticapitalistico e rivoluzionario della classe operaia e lavoratrice, fondato sulle sue organizzazioni e sugli istituti autorganizzati che può sviluppare nel corso delle lotte, potrà infatti eliminare le basi socioeconomiche capitalistiche che generano precariato esistenziale, oppressioni speciali (razziali, di genere ecc.), l’esclusione sociale, l’apartheid giuridico dei migranti, emergenza ambientale e climatica, e costruire un reale e coerente campo antimperialistico internazionale.
Verso tale prospettiva è necessaria la costruzione di un partito politico dell’avanguardia di classe proletaria, che sia portatore di questo programma.
E tale è l’obiettivo che costituisce il lavoro politico del Partito Comunista dei Lavoratori, che è la sezione italiana della Lega Internazionale Socialista (LIS): perché questo progetto politico o è internazionale o non è.


